Addio a James Van Der Beek, il Dawson Leery di “Dawson’s Creek” si spegne a quarantotto anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia, rimbalzata nella mattinata di ieri, undici febbraio, attraverso l’agenzia Tmz e successivamente certificata dal “The Hollywood Reporter”, ha gelato Hollywood e i Millennial di mezzo mondo: James William Van Der Beek, l’attore che per cinque stagioni, dal 1998 al 2003, aveva incarnato il sognatore cinefilo Dawson Leery, è morto. Aveva quarantotto anni. A spezzare il filo – già segnato, fragile – di un’esistenza che da circa due anni e mezzo combatteva contro un adenocarcinoma del colon-retto diagnosticato al terzo stadio nell’agosto del 2023, è stato il decorso stesso della malattia, rivelata pubblicamente dall’interessato solo nel novembre del 2024 con un’intervista a “People”. La conferma ufficiale è arrivata attraverso un comunicato pubblicato sul profilo Instagram dell’attore, un testo scarno eppure densissimo firmato dalla moglie, Kimberly Brook, donna che ne ha condiviso non soltanto il cognome – Van Der Beek, appunto – ma anche l’intero, estenuante percorso terapeutico. “Il nostro amato James David se n’è andato serenamente questa mattina”, ha scritto lei, definendo quelle ultime, interminabili giornate come un tempo vissuto “con coraggio, fede e grazia”. L’ora del decesso, le 6:44, è stata registrata dagli uffici del medico legale della contea di Travis, in Texas, lo Stato in cui la coppia, che un tempo viveva a Los Angeles, si era trasferita nel 2020; un cambiamento dettato, stando a dichiarazioni pregresse dello stesso James, da un profondo mutamento delle priorità personali e familiari, accelerato anche dal contesto delle chiusure pandemiche.

L’annuncio della malattia, l’asta dei cimeli e il peso economico delle cure

Quando nel novembre del 2024 Van Der Beek ruppe il silenzio sulla propria salute, la confessione arrivò con un tono misurato, quasi didascalico. “C’è motivo di ottimismo e mi sento bene”, dichiarò allora, cercando di contenere l’onda d’urto mediatica che inevitabilmente investe un volto così iconico. Ciò che i riflettori non inquadravano, però, era il progressivo sgretolamento finanziario che una patologia oncologica di questa gravità trascina con sé. Nel novembre del 2025, e qui si incardina uno snodo dolorosamente concreto della vicenda, l’attore aveva messo all’asta alcuni cimeli legati alla propria carriera, oggetti che raccontavano frammenti di set e ricordi; un gesto che molti avevano interpretato come una riorganizzazione affettiva, forse un leggero ridimensionamento, ma che in realtà mascherava l’urgenza di fare fronte alle spese sanitarie. I costi delle cure, soprattutto oltreoceano e in assenza di una copertura universale calibrata su cifre multimilionarie, prosciugano patrimoni che paiono granitici e invece si rivelano argilla.

A rendere ancora più esplicita la voragine lasciata dalla malattia è stata la stessa Kimberly, la quale, poche ore dopo l’annuncio del decesso, ha lanciato una campagna di raccolta fondi sulla piattaforma GoFundMe. L’obiettivo dichiarato è di cinquecentomila dollari, una cifra necessaria – si legge nell’appello – per garantire “le spese essenziali di sostentamento, il pagamento delle bollette e l’istruzione dei sei figli”. Al momento in cui si scrive, la somma raccolta ha già ampiamente superato la metà dell’importo, segno di un affetto trasversale che travalica la semplice nostalgia televisiva. Il comunicato della vedova è, sul punto, di una chiarezza chirurgica: “I costi dell’assistenza medica e la lunga lotta contro il cancro hanno lasciato la famiglia priva di fondi”. Erano in sette, prima che il patriarca cedesse: lui, la moglie e i sei bambini – Olivia, Joshua, Annabel, Emilia, Gwendolyn e Jeremiah – che oggi restano, con la madre, a dover ricostruire un equilibrio domestico già messo a dura prova dalle assenze e dalle terapie.

Dall’adolescenza di Capeside al cinema indipendente, fino al film su Formosa

Prima del cancro, prima delle difficoltà economiche e del trasferimento in Texas, c’era stato un ragazzo del Connecticut, nato a Cheshire nel 1977, che a sedici anni aveva convinto la madre ad accompagnarlo a New York in cerca di un agente. La carriera di James Van Der Beek non si è mai esaurita, contrariamente a quanto un certo immaginario collettivo vorrebbe, nel solo ruolo del giovane aspirante regista di “Creek”. Dopo il 2003, anno della messa in onda dell’ultimo episodio, l’attore ha attraversato il cinema e la televisione con una tenacia silenziosa, spesso scegliendo parti laterali, eccentriche o persino autoironiche – celebre la sua partecipazione alla serie “Don’t Trust the B—- in Apartment 23”, dove interpretava una versione grottesca di se stesso –, salvo poi tornare a vestire panni drammatici. Tra i molti progetti spicca, per il pubblico italiano e asiatico, il film “Varsity Blues” del 1999, ma anche il più tardo “The Rules of Attraction”, tratto dal romanzo di Bret Easton Ellis.

Va poi ricordata, perché rappresenta un capitolo distintivo e meno battuto dalla cronaca, la sua partecipazione al film del 2009 “Formosa Betrayed” – distribuito in Italia con il Titolo “La tradita” –, pellicola prodotta dall’imprenditore taiwanese-americano T.Y. Diau e incentrata su una complessa vicenda di spionaggio e dissidenza politica nella Taiwan degli anni Settanta. Van Der Beek vi interpretava un agente dell’FBI, figura esterna che si trovava a investigare su omicidi politici e operazioni di sorveglianza del Partito nazionalista cinese. Si tratta di un film dalla forte carica ideologica, che ha avuto una distribuzione limitata ma che testimonia la volontà dell’attore di non fossilizzarsi sul cliché del bravo ragazzo di Capeside. Fino allo scorso anno aveva continuato a lavorare: nel 2025 era atteso in un cameo per la serie Prime Video “Overcompensating” e risultava in trattative per il prequel di “Legally Blonde”. Progetti mai realizzati, o forse solo rimandati a un copione che non andrà mai in scena.

L’ultima intervista e il rifiuto del ruolo di malato

Nel corso di una delle sue ultime apparizioni pubbliche, un’intervista rilasciata al “Today Show” di NBC, a Van Der Beek era stato chiesto come riuscisse a conciliare la recitazione con la chemioterapia. La risposta, che oggi suona come un testamento artistico, fu fulminea e precisa: “Quando sento ‘azione’, il cancro sparisce”. La frase, riportata nei giorni scorsi da tutte le maggiori testate, fotografa una resistenza che non è solo fisica ma anche intellettuale, una sorta di trasmigrazione dal malato al corpo performante. Lui, che aveva costruito la propria immagine su un’adolescenza perennemente in bilico tra desiderio e timidezza, negli ultimi anni aveva invece scelto la trasparenza più radicale, documentando anche sui social le tappe della malattia, i ricoveri, la caduta dei capelli e poi la ricrescita, i momenti di sconforto e quelli in cui – come scriveva – “non sapere” era la parte più difficile. Ha lasciato scritto, tramite le parole della moglie, che “c’è molto da condividere riguardo ai suoi desideri, al suo amore per l’umanità e alla sacralità del tempo”. Quel tempo, che per Dawson Leery era fatto di Super 8, di pellicola da sviluppare e di sguardi rubati a Joey Potter, per James Van Der Beek si è fermato alle 6:44 di un mercoledì d’inverno, in una casa del Texas, circondato da sei bambini e da una donna che, mentre scriveva il necrologio, ne spiegava anche la grandezza.

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