James van der Beek, il lungo addio alla star di Dawson’s Creek: la malattia scambiata per un effetto del caffè e i diciassette anni accanto a Kimberly
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È accaduto l’11 febbraio, in una contea del Texas, e la notizia — prima soffiata dal Tmz, poi confermata dall’ufficio del medico legale della contea di Travis alle 6:44 del mattino — ha attraversato l’oceano con la velocità silenziosa dei lutti che non ti aspetti, anche quando, forse, ti avevano avvertito -1. James David Van Der Beek, che di anni ne aveva compiuti quarantotto lo scorso marzo e che da almeno due lottava contro un cancro al colon-retto diagnosticato quando ormai aveva già raggiunto il terzo stadio, se n’è andato serenamente, circondato da quella famiglia che lui stesso, nelle interviste e nei post pubblicati fino a poche settimane fa, aveva definito la sua ancora e il suo unico vero set -2-4. L’annuncio, affidato al profilo Instagram dell’attore, parla di un uomo che ha affrontato i suoi ultimi giorni “con coraggio, fede e grazia”: parole misurate, scritte al passato, che trasformano un bollettino medico nel testamento emotivo di un padre e marito che non aveva mai smesso, nemmeno quando il Corpo cominciava a tradirlo, di mettere al centro i sei figli e quella moglie incontrata nel 2009 durante un viaggio in Israele -1-2.
A ripensare alla sequenza degli eventi, colpisce la normalità ingannevole dei primi sintomi. Van Der Beek, che aveva scelto di raccontare la propria esperienza al Today show senza filtri e senza autocommiserazione, aveva ammesso di aver sottovalutato quei dolori intestinali comparsi nell’estate del 2023: fastidi sordi, una sensazione di gonfiore, un disagio che lui — come milioni di persone — aveva liquidato come l’ennesimo effetto collaterale di una tazzina di caffè bevuta di fretta -4. “Ho pensato che forse dovevo smettere di bere caffè”, confessò allora, con quella sincerità disarmante che lo aveva sempre distinto dai personaggi patinati di Hollywood; e invece, quando i sintomi non sono regrediti nonostante la riduzione della caffeina, gli accertamenti hanno restituito una parola — “cancro” — che lui stesso, in un post del novembre 2024, ha definito una diagnosi ricevuta ogni anno da due miliardi di persone nel mondo -4-5. La differenza, nella sua narrazione pubblica, stava nella consapevolezza improvvisa che nulla, da quel momento in poi, sarebbe stato più affrontabile senza il sostegno di Kimberly Brook e dei loro sei ragazzi: Olivia, Joshua, Annabel, Emilia, Gwendolyn e Jeremiah, una tribù cresciuta tra parti in casa e scelte anticonvenzionali, lontano dai riflettori di Los Angeles e poi definitivamente trasferita in un ranch del Texas nel 2020, quasi a voler mettere fisicamente distanza tra sé e un mestiere che pure amava -2-6-7.
La reunion saltata e il video proiettato al Richard Rodgers Theatre
Nel settembre del 2025, quando il cast di Dawson’s Creek — quella strana famiglia allargata composta da Katie Holmes, Joshua Jackson, Michelle Williams e Chad Michael Murray — aveva organizzato una lettura benefica del pilota al Richard Rodgers Theatre di New York, Van Der Beek era stato costretto a rinunciare all’appuntamento -1-5. Il suo nome era sul manifesto, i biglietti erano andati esauriti in poche ore, e il ricavato sarebbe stato devoluto all’organizzazione Fuck Cancer e alle sue stesse cure; ma un virus intestinale contratto all’ultimo momento lo aveva tenuto lontano dal palco, sostituito da Lin-Manuel Miranda nella lettura e da un messaggio registrato che, proiettato su un telone gigante, ha mostrato ai fan un volto segnato, più magro, ma sorridente -5-7-8. “Grazie a ognuno di voi che è qui”, disse in quell’occasione, e la voce — ferma nonostante tutto — sembrava voler restituire più che ricevere: una lezione di dignità che non aveva bisogno di copione -8.
I segni lasciati dal cancro e la forza di ridere di sé
Il tumore al colon-retto, che nella fase iniziale può restare silente o tradursi in segnali aspecifici e fuorvianti come crampi, alterazioni dell’alvo e un inspiegabile calo ponderale, aveva costretto Van Der Beek a rallentare -4-7. Lui, che da adolescente aveva iniziato a recitare per un paradosso del destino — un trauma cranico rimediato giocando a football americano lo aveva tenuto lontano dal campo per un anno, spingendolo a indossare i panni di Danny Zuko in una produzione scolastica di Grease — si è ritrovato a dover imparare una nuova disciplina: quella della pazienza, del riposo prescritto, della rinuncia -8. “Mi sento un po’ meglio ogni mese. Ha richiesto più di me, più pazienza, più forza di quanta ne sapessi di avere. Sapevo di essere forte, ma non così forte”, aveva confidato alla fine del 2025, mentre alcuni tabloid commentavano il suo aspetto dimagrito e lui, invece, continuava a postare auguri di compleanno per i figli e fotografie di famiglia in cui stringeva Jeremiah, l’ultimo nato arrivato nell’ottobre del 2021 dopo tre aborti spontanei che avevano segnato profondamente la coppia -2-7.
L’eredità affettiva di un uomo che non voleva essere solo Dawson
A differenza di molti suoi colleghi cresciuti sotto i riflettori degli stessi anni Novanta, Van Der Beek aveva avuto il coraggio, negli ultimi tempi, di ironizzare sulla propria immagine: lo aveva fatto nei video per Funny or Die, riproducendo consapevolmente quel Gif del pianto che per anni aveva sintetizzato — e forse banalizzato — l’intera sua carriera; lo aveva fatto interpretando sé stesso in *Don’t Trust the B—- in Apartment 23*, dove il divo di Dawson’s Creek veniva derubato e umiliato con una leggerezza che solo chi ha smesso di avere paura del proprio passato può permettersi -3-8. Ma la parte più autentica della sua eredità, adesso che la scena è vuota, non sta nei titoli di coda di quelle serie o nei film come Varsity Blues o The Rules of Attraction: sta piuttosto nella richiesta di riservatezza avanzata dalla famiglia poche ore dopo il decesso, nel silenzio che Kimberly Brook e i sei figli hanno chiesto al mondo mentre intorno — su Instagram, sui siti di celebrità, persino su una pagina GoFundMe lanciata da amici e già capace di raccogliere centinaia di migliaia di dollari — cresceva il frastuono degli addii -3-7.
Sarah Michelle Gellar ha commentato il post della famiglia con un laconico “Fuck Cancer” e con la promessa che l’eredità di James continuerà a vivere; Chad Michael Murray ha scritto di un “gigante” che ha ispirato tutti a essere migliori; Emma Slater, la professionista di Dancing with the Stars che aveva ballato con lui nella ventottesima edizione, lo ha definito “famiglia” -3. Parole che si accavallano, sincere ma inevitabilmente pubbliche, mentre la vera storia — quella privata, fatta di diciassette anni di cammino mano nella mano, di sei figli cresciuti con parti in casa e di un amore nato a Tel Aviv nel 2010 — rimane custodita altrove, lontana dagli schermi, esattamente come James aveva voluto quando, dalla fine degli anni Dieci, aveva progressivamente spostato il baricentro della propria esistenza dal red carpet al salotto di casa -2-6.




