James van der Beek e il rancore americano: la morte, i sei figli e una raccolta fondi da oltre un milione di dollari
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia è rimbalzata sui fili d’agenzia nella tarda mattinata di mercoledì 11 febbraio, e per un’intera generazione – quella cresciuta a pane e I don’t want to wait – è stato come se un pezzo della propria adolescenza fosse stato risucchiato in uno di quei monologhi fiume che solo Dawson Leery, con la sua ossessione per Spielberg e le sue metafore sul tempo che scorre, sapeva regalare. James Van Der Beek, il volto biondo di Capeside, è morto a 48 anni nella sua casa in Texas, circondato dalla moglie Kimberly e dai sei figli: Olivia, Joshua, Annabel, Emilia, Gwendolyn e Jeremiah, quel bambino nato nel ranch nell’ottobre del 2021 e affettuosamente soprannominato Remi -5-6-10. Il cancro colorettale, diagnosticato nell’agosto del 2023, ha avuto la meglio dopo una lunga battaglia che il pubblico aveva imparato a conoscere attraverso la lente deformante, ma mai completamente sincera, dei social network -1-6.
La firma in calce alla richiesta di aiuto
Poche ore dopo l’annuncio della scomparsa, reso noto dalla famiglia con una frase che già sa di epitaffio – «Ha incontrato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia» – è partita una macchina silenziosa e potentissima, tipicamente americana nella sua essenza: una raccolta fondi su GoFundMe -1-4. A lanciarla non sono stati i parenti stretti, ma un gruppo di amici intimi, quelli che non compaiono nei red carpet e che spesso restano ai margini delle biografie ufficiali. L’obiettivo iniziale di mezzo milione di dollari è stato polverizzato nel giro di quattro ore, tanto che il traguardo è stato prima alzato a settecentomila, e poi rapidamente aggiornato a un milione; al momento della scrittura, la cifra ha già superato abbondantemente quota un milione e duecentomila dollari -2-7.
Il testo della petizione è scarno, quasi burocratico, eppure racconta una verità scomoda: «Le spese per le cure mediche di James e la lunga lotta contro il cancro hanno lasciato la famiglia senza fondi» -2. Non si tratta di un lusso negato, né di uno dei tanti eccessi di Hollywood che finiscono sui rotocalchi. Si parla di mutuo da pagare, di rette scolastiche per sei figli, della necessità disperata di rimanere tra quelle mura domestiche che Van Der Beek, in una delle sue ultime interviste rilasciate al Today, definiva «il mio centro, l’unico posto dove riesco a vedere le fasi della luna» -10.
Memorabilia e polizze mancanti: il paradosso della celebrità
E qui il racconto si incaglia in un paradosso che lascia interdetti, e che i commentatori sui social, specialmente quelli europei, faticano a digerire. Come è possibile che un attore protagonista di una serie cult, trasmessa in centotrenta paesi e durata sei stagioni, si sia trovato a dover mettere all’asta i propri cimeli per pagarsi le cure? Eppure è accaduto. Nel novembre del 2024, Van Der Beek aveva già dato il via a una vendita benefica di oggetti personali: la giacca di Varsity Blues, alcuni copioni, fotografie dal set -6-7. L’operazione aveva fruttato circa quarantasettemila dollari, e lui stesso aveva scherzato sull’imbarazzo di dover chiedere aiuto, scrivendo su Instagram che il ricavato sarebbe andato «alle famiglie che si stanno riprendendo dal peso finanziario del cancro, inclusa la mia» -7.
Il nodo è strutturale, e riguarda il sistema sanitario statunitense, un meccanismo spietato che lega l’assicurazione al rapporto di lavoro dipendente o, nel caso degli attori, al superamento di una certa soglia di reddito annuale per mantenere i benefit sindacali della Screen Actors Guild -2. Una volta che la malattia impedisce di lavorare con continuità, la copertura decade o diventa proibitiva. La scelta – e qui emergono dettagli che gettano un’ombra di complessità sulla vicenda – di affiancare alle terapie convenzionali percorsi di medicina alternativa, spesso non riconosciuti dalle compagnie assicurative, ha ulteriormente aggravato il dissanguamento finanziario del nucleo familiare -2.
La macchina della solidarietà e i fantasmi di Capeside
Se il sistema pubblico ha fallito, ha risposto presente il circo mediatico-affettivo che ruota attorno al ricordo di Dawson’s Creek. Lo scorso settembre, al Richard Rodgers Theatre di New York, Michelle Williams, Katie Holmes e Joshua Jackson avevano organizzato una lettura dal vivo dell’episodio pilota -1-4. Van Der Beek non poté partecipare, debilitato non solo dal cancro ma anche da due virus intestinali che lo avevano ulteriormente indebolito; al suo posto salì sul palco Lin-Manuel Miranda, e il pubblico pianse quando il volto dell’attore comparve in proiezione, scheletrico ma sorridente -1-4. Quella serata aveva già riempito le casse di F Cancer, l’associazione benefica, e aveva dato una boccata d’ossigeno alla famiglia.
Oggi, con la morte sopraggiunta, il flusso di donazioni è diventato un torrente. Nomi noti e sconosciuti si mescolano nei commenti: c’è il produttore Martin Blencowe, il talent manager Guy Oseary, e poi decine di migliaia di persone comuni che lasciano dieci, venti dollari e una riga di circostanza («Facevi parte della mia giovinezza», «Grazie per Dawson») -2.
La terra di nessuno delle assicurazioni e la caccia alle streghe
Tuttavia, accanto alla generosità, serpeggia anche un malcontento strisciante. Critici e utenti della rete si chiedono perché mai una famiglia che possiede un terreno di decine di ettari in Texas e un appartamento in affitto a Los Angeles debba ricevere donazioni per milioni di dollari -2. È una domanda legittima, che apre squarci inquietanti sulla percezione del privilegio e della malattia. La risposta, per chi conosce le dinamiche americane, è tanto amara quanto lineare: la ricchezza immobiliare non è liquida, e vendere in fretta una proprietà in circostanze drammatiche significa quasi sempre svenderla. Inoltre, come ha spiegato il corrispondente dagli Stati Uniti Björn Soenens, la paura delle spese mediche è tale che «il 66,5 per cento dei fallimenti personali negli USA è causato da debiti sanitari» -2.
Si insinua, nei meandri della conversazione digitale, anche il sospetto che le scelte terapeutiche alternative – forse influenzate dalla moglie Kimberly, vicina ai movimenti della cosiddetta Make America Healthy Again legati a Robert F. Kennedy Jr. – possano aver contribuito a prosciugare le riserve economiche -2. Sono illazioni, per ora prive di riscontri ufficiali, che gravitano attorno al malato di un attore trasformato, dopo la morte, in un simbolo delle contraddizioni di un paese dove persino le star di Hollywood possono scivolare nella precarietà sanitaria. Un paese, tra l’altro, che oggi ha nuovamente alla propria guida Donald Trump, e che continua a dibattersi tra l’eccezionalismo del sogno americano e la cruda materialità di un conto ospedaliero da 38.000 dollari per due giorni di ricovero -2.
La salma di James Van Der Beek è stata composta nel ranch, tra gli alberi che amava e i figli che, nelle ultime settimane, gli preparavano il tè -6. I sei bambini restano lì, con la madre, a guardare le stesse fasi lunari che il padre insegnava loro a riconoscere, in attesa che il silenzio mediatico, finalmente, faccia il suo corso.




