È morto James Van Der Beek, il Dawson di “Dawson’s Creek” aveva 48 anni

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notizia, rimbalzata nella tarda mattinata di ieri dagli Stati Uniti fino all’Europa, ha gelato chiunque avesse vissuto la fine degli anni Novanta appeso ai tormenti adolescenziali di Capeside: James Van Der Beek, il volto di Dawson Leery, è morto all’età di quarantotto anni. A spezzare il filo con quella generazione è stato un tumore al colon-retto diagnosticato nell’agosto del 2023, una battaglia che l’attore aveva scelto di combattere lontano dai riflettori per oltre un anno prima di renderne pubblica l’esistenza nel novembre del 2024 -1-3-5. La moglie, Kimberly Brook, ha affidato a Instagram la dichiarazione più intima e insieme la più universale: «Il nostro amato James David Van Der Beek si è spento serenamente questa mattina. Ha incontrato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia» -4-7. Poche righe, una richiesta di riserbo e sei figli — di età compresa tra i quattro e i quindici anni — a cui spiegare che il padre non tornerà più sul set, quello vero o quello mentale che lo aveva reso un’icona per milioni di spettatori -6-10.

Il lungo trattamento, come spesso accade anche al di là dell’oceano, ha prosciugato le risorse economiche della famiglia; un mese prima di morire, e con la prognosi ormai segnata, Van Der Beek aveva messo all’asta alcuni cimeli — oggetti, costumi, forse anche il quaderno di quei sogni cinematografici che Dawson riponeva sotto il letto — per fronteggiare le spese sanitarie e garantire un futuro ai bambini -3-7. Una raccolta fondi lanciata su GoFundMe ha superato in poche ore le settecentomila dollari, segno tangibile di un affetto che non si era mai sopito e che ora si traduce in assegni per l’affitto e rette scolastiche -6.

L’eredità di un volto simbolo e il dolore dei colleghi

Sarebbe riduttivo, quasi ingiusto, ricordare James Van Der Beek soltanto come il ragazzo con il berretto da baseball e la cinepresa sempre in spalla, ma è indubbio che Dawson’s Creek — sei stagioni, centoventotto episodi, un’America provinciale e sognante — abbia definito per sempre la sua immagine pubblica -1-8. Eppure, nei messaggi che da ieri si accavallano sui social, i colleghi non parlano tanto dell’attore quanto dell’uomo: Sarah Michelle Gellar, compagna di generazione e di set, ha scritto senza mezzi termini «Maledetto cancro», definendo la sua scomparsa «una perdita enorme per il mondo» -2-3; Chad Michael Murray, che di One Tree Hill era il protagonista, ha usato la parola “gigante” per descrivere chi gli aveva spianato la strada nel teen drama, sottolineando quanto le sue parole e la sua arte abbiano ispirato interi camerini -2-8.

C’è chi, come Paul Walter Hauser, ha promesso preghiere e donazioni per la vedova e i bambini, e chi — Emma Slater, ballerina e partner di James nella ventottesima edizione di Dancing with the Stars — lo ha definito «per sempre parte della mia famiglia» -3-8. Persino Ashton Kutcher, lontano ormai dalle cronache di That ‘70s Show, ha voluto ricordare su X la fortuna di averlo incrociato professionalmente. Non si tratta della solita processione rituale di endorsement postumi: nelle parole di chi gli è stato accanto affiora una gratitudine concreta, quasi stupita, per la sua capacità di rimanere integro in un ambiente che spesso divora i suoi figli migliori -6.

L’ultimo ciak e il bisogno silenzioso di normalità

James Van Der Beek, va detto, non aveva mai smesso di lavorare, nemmeno quando la chemioterapia imponeva ritmi impossibili. Aveva trovato una seconda giovinezza artistica interpretando sé stesso — in versione grottescamente narcisista — nella sitcom *Don’t Trust the B—- in Apartment 23*, e aveva accettato ruoli via via più maturi in serie come Pose o CSI: Cyber -6-8. Fino allo scorso anno era rimasto in cartellone per il prequel di La rivincita delle bionde, produzione poi inevitabilmente accantonata -1. In un’intervista al Today Show rilasciata poche settimane prima del decesso, aveva confessato con una sincerità quasi spiazzante che, quando sentiva pronunciare la parola “azione”, il cancro smetteva per un istante di esistere: il set era la sua tregua, il copione l’unica medicina capace di restituirgli una parvenza di controllo -1.

Nel settembre del 2025, durante una serata di beneficenza organizzata dall’associazione “Fuck Cancer” al Richard Rodgers Theatre di New York, l’intero cast di Dawson’s Creek si era riunito per la prima volta in vent’anni -6-9. Lui, però, non c’era: troppo debole per viaggiare, costretto a guardare i suoi compagni — Michelle Williams, Katie Holmes, Joshua Jackson — attraverso uno schermo. Il videomessaggio che mandò quella sera, e che è stato ripreso in queste ore da tutte le testate, contiene una frase che oggi assume il peso di un testamento: «Aspettavo questa serata da mesi, non posso credere di non essere lì» -9.

Una malattia silenziosa e un addiso senza clamori

Diagnosticato al terzo stadio, il tumore al colon-retto di Van Der Beek era stato annunciato con un post misurato e privo di autocommiserazione: «È il cancro. Ogni anno milioni di persone ricevono questa diagnosi, e io sono una di loro» -6-10. Aveva quarantasette anni, era padre di sei figli e aveva appena finito di girare una piccola produzione indipendente in Texas, dove la famiglia si era trasferita per cercare un’esistenza più lenta e autentica rispetto agli ingorghi di Los Angeles -10. Di lì a poco il peggioramento sarebbe stato rapidissimo, gestito con il riserbo che aveva contraddistinto l’intera vicenda: niente aggiornamenti quotidiani, nessuna telecamera in ospedale, solo il silenzio rispettoso di chi sa che il dolore, quando è vero, non ha bisogno di testimoni.

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Description: James Van Der Beek, icona di Dawson’s Creek, è morto a 48 anni per un tumore al colon. La moglie ha dato l’annuncio. I colleghi lo salutano tra commozione e raccolte fondi.

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