Amy Madigan finalmente alza l’Oscar, quarant’anni dopo la prima candidatura, e ringrazia il marito Ed Harris tra una battuta sulla depilazione e un pensiero per la figlia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ci sono voluti esattamente quarant’anni perché quell’invito, ricevuto per la prima volta nel 1985, si trasformasse in una vittoria. Amy Madigan, settantacinque anni compiuti e una carriera spesa con intelligenza tra palcoscenici prestigiosi e ruoli memorabili, ha vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista per Weapons, horror di Zach Cregger in cui interpreta la inquietante zia Gladys. Sul palco del Dolby Theatre, madrina di una cerimonia che l’ha vista protagonista assoluta della serata, l’attrice ha dimostrato quella stessa autenticità che da sempre contraddistingue le sue interpretazioni: nessun copione costruito a tavolino, nessuna retorica da ringraziamento, ma un flusso di coscienza che ha preso avvio da un particolare domestico e, insieme, spiazzante. «Tutta la stampa mi chiedeva: “Sono passati quarant’anni, che cosa c’è di diverso stavolta?” – ha esordito Madigan, stringendo la statuetta con una naturalezza che ha strappato più di un sorriso in sala – la differenza è che questa volta ho questo pupazzetto qui». Poi la confessione, quella che ha fatto il giro del mondo in poche ore: «Ieri sera, sotto la doccia, mentre mi depilavo le gambe, cercavo di pensare a cosa avrei potuto dire. State tranquilli, ho i pantaloni, non c’è pericolo». Una battuta fulminante, pronunciata con quel tono dimesso e ironico che solo chi ha attraversato decenni di set e di provini senza mai perdere la lucidità può permettersi.

Un’attesa lunga una vita e il trionfo del genere horror, spesso dimenticato dall’Academy

L’unica altra volta che Madigan aveva varcato la soglia del Dorothy Chandler Pavilion, prima che la cerimonia si trasferisse definitivamente al Dolby, era stata nel 1985, quando ottenne una nomination per Due volte nella vita, il dramma diretto da Bud Yorkin in cui recitava accanto a Gene Hackman, Ellen Burstyn e Ann-Margret. In quell’occasione la statuetta non arrivò, ma il ricordo di quella sera, ha raccontato l’attrice a chi le chiedeva un confronto tra le due esperienze, resta nitido. Stavolta, però, il vento è cambiato. Madigan arrivava forte di due vittorie prestigiose, l’Actor Award (l’ex Screen Actors Guild Award) e il Critics’ Choice, che avevano via via scalfito quello che molti addetti ai lavori considerano un pregiudizio storico: la ritrosia dell’Academy a premiare il cinema di genere, e l’horror in particolare. Il suo ruolo in Weapons, quello di una zia Gladys capace di mescolare tenerezza e raccapriccio con un equilibrio che solo attrici della sua esperienza sanno trovare, ha convinto anche i più scettici. «C’è spazio per tutti – ha detto Madigan in una delle interviste post-vittoria, riferendosi proprio alla capacità del genere horror di raccontare storie umane profonde – l’importante è che ci sia verità in quello che si fa». E di verità, nel suo percorso artistico e umano, se n’è sempre vista parecchia.

La dedica al marito Ed Harris, compagno di una vita e di una carriera vissuta all’insegna della condivisione

Prima di salire le scale che portano al palco, Amy Madigan si è voltata verso la platea e ha abbracciato un uomo, Ed Harris, anche lui attore, anche lui candidato all’Oscar in passato per quattro interpretazioni memorabili – da Apollo 13 a The Truman Show, passando per Pollock e The Hours – e suo marito dal lontano 1983. Un legame, il loro, che ha attraversato più di quattro decenni senza mai scricchiolare, cosa tutt’altro che scontata nell’universo hollywoodiano. E nel momento più alto della sua carriera professionale, Madigan ha voluto che il ringraziamento più sentito andasse proprio a lui, a colui che ha condiviso ogni passo di questo viaggio. «Voglio ringraziare la mia splendida figlia Lily e suo marito Sean – ha detto con voce che tradiva un’emozione autentica – ma la persona più importante è il mio amatissimo Ed, che è con me da una vita. E una vita è tanto tempo. Nulla di tutto questo avrebbe senso se lui non fosse al mio fianco. Grazie di cuore». Parole semplici, prive di retorica, che hanno suggellato una serata comunque memorabile e che hanno ricordato a tutti come, dietro il glamour dei riflettori, esistano storie di fedeltà e rispetto reciproco che resistono al tempo e alle mode.

Il monito dell’attrice sull’importanza di ringraziare chi ha reso possibile il percorso

Prima di lasciare il palco, Madigan si è concessa un’ultima riflessione, quasi una piccola lezione di vita impartita a una platea di colleghi e addetti ai lavori. Aveva appena finito di scherzare sulla depilazione e di commuoversi per il marito, quando ha citato una sorta di regola non scritta che circola tra gli organizzatori delle cerimonie di premiazione: quella secondo cui non bisognerebbe dilungarsi troppo nei ringraziamenti, perché tanto il pubblico, si dice, non conosce le persone che vengono nominate. «A tutti i partecipanti è stato consigliato di non fare molti ringraziamenti – ha spiegato – perché in fondo nessuno sa chi siano quelle persone. Ma io ho voluto farlo lo stesso, perché sono persone che per te significano qualcosa, senza le quali non saresti qui». Un atto di disobbedienza garbata, il suo, che ha restituito al gesto del ringraziamento la sua funzione più autentica: non un noioso elenco di nomi, ma il riconoscimento pubblico di un debito affettivo e professionale. Una chiusura che ha lasciato il segno, in una notte che a lei, a zia Gladys e al cinema horror ha regalato finalmente l’abbraccio dell’Academy.

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