Amy Madigan finalmente sul tetto del mondo, quarant’anni dopo la prima volta: la sua vittoria all’Oscar tra horror, ironia e un amore lungo una vita
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quando i riflettori del Dolby Theatre hanno illuminato il suo volto, pochi secondi dopo l’annuncio di Zoë Saldaña, Amy Madigan è apparsa per un istante incapace di crederci. Poi, una risata, quasi liberatoria, ha rotto la tensione di una carriera lunga cinquant’anni e di un’attesa cominciata nel lontano 1985, l’ultima volta – e fino a ieri l’unica – in cui il suo nome era stato pronunciato in quella stessa cerimonia. A settantacinque anni, l’attrice ha finalmente potuto stringere tra le mani la statuetta come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione in Weapons, horror diretto da Zach Cregger in cui veste i panni della inquietante zia Gladys, personaggio dalla parrucca rossa e dal trucco pesante che è rapidamente diventato un fenomeno virale. Una vittoria, la sua, che sa di rivalsa generazionale e al tempo stesso di consacrazione per un genere, l’horror, troppo spesso snobbato dall’Academy, come la stessa Madigan aveva avuto modo di sottolineare nei giorni precedenti la premiazione.
Salita sul palco, la Madigan ha tenuto un discorso che ha saputo alternare momenti di autoironia spiazzante a dichiarazioni di profondo affetto, conquistando la platea. In molti, nei giorni scorsi, le hanno chiesto cosa provasse a tornare sul luogo del delitto a quarant’anni di distanza dalla nomination per Due volte nella vita, il dramma sentimentale in cui recitava accanto a Gene Hackman e Ellen Burstyn. Lei, con il suo stile inconfondibile, ha liquidato la domanda con una battuta fulminante: «La differenza è che questa volta ho questo pupazzetto qui». Poi, con la spontaneità che l’ha sempre contraddistinta, ha rivelato le circostanza prosaiche in cui aveva preparato il discorso: «Ieri sera ero sotto la doccia e cercavo di pensare a qualcosa da dire mentre mi depilavo le gambe. State tranquilli, ho i pantaloni, non c’è pericolo».
Ma il momento forse più autentico e toccante della sua accettazione è arrivato quando lo sguardo si è posato sul marito, Ed Harris, compagno di una vita e di una professione, sposato nel 1983 e conosciuto sul set de Le stagioni del cuore. Madigan ha ringraziato la figlia Lily, suo marito Sean e, con una nota di ironico affetto, ha citato anche i cani di famiglia. Poi, però, la voce si è fatta più intima per dedicare il premio alla persona più importante: «La persona più importante è il mio amatissimo Ed, che è con me da una vita. Nulla di tutto questo avrebbe senso se lui non fosse al mio fianco. Grazie di cuore». Un tributo, quello a Harris, che ha suggellato davanti al mondo intero la solidità di un legame che dura da oltre quattro decenni, fatto di supporto reciproco e di pazienza, come la stessa Madigan aveva confessato tempo fa, rivelando che fu il marito a spingerla ad aspettare il ruolo giusto.
Un trionfo che profuma di storia e di rivalsa per il cinema horror
La vittoria di Amy Madigan nella categoria regina della serata non è stata solo una questione personale o affettiva, ma assume i contorni di un piccolo evento nella storia degli Oscar. La sua interpretazione in Weapons – film che racconta la misteriosa scomparsa di alcuni bambini e che ha incassato l’equivalente di oltre un miliardo di RM nel mondo – le ha permesso di superare un parterre di candidate formidabili, tra cui spiccavano i nomi di Teyana Taylor, Wunmi Mosaku ed Elle Fanning. Un successo costruito durante tutta la stagione dei premi, impreziosito dai riconoscimenti ai Critics‘ Choice Awards e agli Actor Awards, che l’hanno proiettata verso la notte più importante con lo status di favorita, nonostante inizialmente non lo fosse.
Sul palco, Madigan non ha dimenticato di ringraziare il regista Zach Cregger per aver scritto un “ruolo da sogno”, capace di restituirle quella centralità che Hollywood spesso nega alle attrici over settanta. Ha poi speso parole di stima per le altre professioniste in lizza, un gesto di grande signorilità che è stato ricambiato da Teyana Taylor, la prima ad alzarsi in piedi per applaudirla subito dopo l’annuncio del verdetto. L’attrice, nel suo intervento, ha voluto infrangere anche la regola non scritta di non dilungarsi in troppi ringraziamenti personali, spiegando che per lei quelle persone – tutte quelle che hanno popolato il suo percorso – sono parte integrante del viaggio che l’ha portata fin lì.
Dalla doccia di casa al red carpet: la sincerità di un’icona
Ciò che ha reso indimenticabile la presenza di Amy Madigan in questa edizione degli Oscar è stata la sua capacità di rimanere autentica, lontana dai formalismi che spesso appiattiscono i discorsi dei vincitori. Il suo racconto di aver pensato al ringraziamento mentre era sotto la doccia, intenta nella sua routine di depilazione, ha rotto ogni schema retorico, regalando un’immagine di quotidianità che strideva volutamente con lo sfarzo della serata. La risata che ha preceduto il discorso – quasi una risata di gioia liberatoria, paragonata da qualcuno a quella di una cattiva di turno – ha mostrato un’artista consapevole del valore del momento, ma al tempo stesso capace di non prendersi troppo sul serio.
Prima di lei, la serata era stata aperta dal conduttore Conan O‘Brien, che per il secondo anno consecutivo guidava la cerimonia, cimentandosi in un esilarante sketch in cui interpretava proprio la zia Gladys di Madigan, inseguito da bambini attraverso i set dei film candidati. Un omaggio che l’attrice ha commentato con ironia a fine serata, raccontando di aver incontrato O’Brien dietro le quinte e di avergli detto che era stato “bravissimo”, ricevendo in cambio un: «Sì, ma tu sei stata molto meglio». Piccole scaramucce tra colleghi che confermano un clima di simpatia e rispetto.
La rivincita di una carriera: dai drammi anni Ottanta all’horror del nuovo millennio
Per comprendere appieno la portata di questo Oscar, occorre tornare indietro di quarant’anni, al 1985. Allora, una giovane Amy Madigan veniva candidata per Due volte nella vita, pellicola in cui interpretava Sunny, la figlia ribelle di un operaio in piena crisi di mezza età. In quell’occasione la statuetta non arrivò, ma la nomination sancì il suo ingresso nell’olimpo delle attrici più promettenti di Hollywood. Da lì, una carriera costellata di ruoli memorabili in film come L‘uomo dei sogni (dove recitava accanto a Kevin Costner) e Io e zio Buck, senza dimenticare le incursioni in teatro a Broadway e in serie televisive di culto come Carnivàle e Grey’s Anatomy.
Ora, a distanza di decenni, il riconoscimento arriva per un ruolo radicalmente opposto, quello di una villain horror, a dimostrazione di una versatilità che il tempo non ha scalfito. La stessa Madigan, intervistata prima della cerimonia, aveva ammesso di non aver mai pensato che zia Gladys l’avrebbe portata fino a quel palco, complice anche un certo pregiudizio di genere che l’Academy ha finalmente superato premiando una performance fuori dagli schemi tradizionali. E mentre Hollywood applaude, per Amy Madigan si apre un nuovo capitolo, con il prossimo impegno già fissato sul set del thriller Sponsor accanto a Jason Segel.




