La famiglia di Francesca Albanese cita in giudizio Trump per le sanzioni: “Violano i nostri diritti”
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Redazione Esteri
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Il marito e il figlio della relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, hanno depositato un ricorso civile presso il tribunale distrettuale di Washington contro il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e altri alti funzionari della sua amministrazione, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il ministro del Tesoro Scott Bessent. L’azione legale, che si configura come una sfida diretta alla politica estera della Casa Bianca, contesta la legittimità delle sanzioni economiche imposte alla stessa Albanese nel luglio del 2025, misure che di fatto le hanno precluso l’accesso al sistema finanziario globale e l’ingresso negli Stati Uniti. La scelta di far valere le proprie ragioni in aula è stata affidata ai familiari – il ricorso è firmato da Massimiliano Cali e dal figlio minore della coppia – a causa delle restrizioni imposte dal regolamento delle Nazioni Unite, che impediscono a un titolare di mandato indipendente di agire in prima persona in una controversia di questa natura.
Una battaglia legale tra violazioni costituzionali e abuso di potere
Nel documento depositato presso la corte distrettuale del Distretto di Columbia, i ricorrenti articolano una tesi precisa: le sanzioni, benché rappresentino uno strumento legittimo se impiegato contro terroristi o regimi autoritari, si trasformano in un abuso nel momento in cui vengono utilizzate per mettere a tacere opinioni sgradite al governo. L’amministrazione Trump, secondo quanto si legge nel ricorso, avrebbe calpestato i diritti garantiti dal Primo, Quarto e Quinto Emendamento, sequestrando di fatto i beni della Albanese – incluso un appartamento di sua proprietà a Washington – senza garantire un dovuto processo legale e colpendo, per estensione, i suoi familiari più stretti. Il figlio della coppia, cittadino statunitense, si ritrova impossibilitato a fare ritorno nel paese di nascita, mentre il marito non può più recarsi nella capitale per ragioni lavorative legate alla sua attività professionale. Una situazione, quella descritta, che configura quella che gli avvocati della famiglia definiscono una vera e propria “criminalizzazione del legame materno e dei vincoli familiari”, parole usate dalla stessa Albanese nel commentare le ripercussioni umane di un provvedimento pensato, a loro dire, per isolarla e intimidirla.
Le ripercussioni delle sanzioni e la replica dell’amministrazione
Le conseguenze concrete delle misure restrittive, come dettagliato nell’impugnazione, hanno assunto i contorni di una messa al bando strisciante ma efficace: università come Georgetown e Columbia hanno reciso ogni rapporto con la relatrice, numerosi istituti culturali hanno cancellato i suoi interventi, e ogni transazione economica è divenuta un’operazione complessa, costringendo la Albanese a servirsi esclusivamente di contante per le necessità quotidiane. Il Dipartimento di Stato, interpellato sulla vicenda, ha respinto con forza le accuse, definendo il ricorso “una speculazione giudiziaria infondata” e ribadendo la piena legittimità delle sanzioni comminate a chi, come la relatrice, viene accusato di sostenere “l’antisemitismo e il terrorismo” e di aver condotto una campagna di “guerra economica” contro gli interessi americani e dei suoi alleati. Una posizione, quella dell’esecutivo, che non lascia spazio a mediazioni e che anzi ribadisce la bontà di un provvedimento adottato in seguito a un ordine esecutivo firmato dallo stesso Trump, volto a colpire chiunque supporti le indagini della Corte penale internazionale su cittadini statunitensi o di paesi alleati.
Il dietrofront francese e la posizione europea
Mentre la vicenda giudiziaria prendeva piede a Washington, da Parigi è giunto nelle stesse ore un segnale che, seppur di natura diversa, conferma la complessità del caso Albanese sul piano internazionale. Il governo francese, che nelle settimane precedenti aveva fatto pressione per le dimissioni della relatrice attraverso il ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot, ha di fatto compiuto un passo indietro durante la sessione del Consiglio per i diritti umani a Ginevra. L’ambasciatrice Céline Jurgensen, anziché rinnovare la richiesta di allontanamento, si è limitata a un generico richiamo alla “sobrietà e moderazione” che ci si aspetta dai titolari di mandato Onu, pur ribadendo – per bocca di un portavoce del Quai d’Orsay – che la Albanese “dovrebbe avere la dignità di dimettersi”. Una posizione ambivalente, quella transalpina, che riflette l’imbarazzo di dover gestire le pressioni interne, arrivate anche da un gruppo di parlamentari che avevano sollecitato un intervento duro, e la consapevolezza dei limiti giuridici nell’azione contro un meccanismo delle Nazioni Unite che gode di prerogative di indipendenza.
Le conseguenze personali di una battaglia giuridica e politica
L’intreccio tra la dimensione giudiziaria e quella diplomatica restituisce l’immagine di una professionista del diritto internazionale finita al centro di una tempesta perfetta. Da un lato le sanzioni americane, che di fatto le impediscono di continuare a vivere negli Stati Uniti e di accedere alle proprie risorse, dall’altro le critiche europee che, seppur attenuate nel tono, non vengono meno nella sostanza. La Albanese, intervistata nei giorni scorsi, ha raccontato apertamente il peso di questi mesi, parlando di attacchi “tossici” che hanno danneggiato non solo la sua immagine pubblica ma anche la sua serenità privata. Un costo personale che, a suo dire, non l’ha però distolta dal mandato ricevuto dall’Onu: continuare a documentare ciò che i suoi rapporti descrivono come un “genocidio” in corso a Gaza e le complicità economiche internazionali che lo alimenterebbero. Una posizione che le è valsa il sostegno di centinaia di funzionari delle Nazioni Unite e di oltre cento personalità del mondo della cultura – da Mark Ruffalo a Javier Bardem, da Annie Ernaux a Annie Lennox – che hanno firmato un appello in sua difesa, denunciando la campagna di delegittimazione nei suoi confronti.




