La famiglia di Francesca Albanese fa causa a Trump per le sanzioni: “Violano i nostri diritti”
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Redazione Esteri
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Il braccio di ferro legale tra l’amministrazione statunitense e chi, sulla scena internazionale, assume posizioni critiche verso Israele si sposta ora nelle aule di un tribunale federale di Washington. Il marito e la figlia della relatrice speciale dell’Onu per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese, hanno infatti citato in giudizio il presidente Donald Trump e tre alti funzionari della sua amministrazione, ossia il procuratore generale Pamela Bondi, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il segretario di Stato Marco Rubio. L’oggetto del contendere sono le sanzioni economiche e patrimoniali imposte lo scorso anno alla stessa Albanese, misure che i familiari, nelle vesti di querelanti, ritengono lesive della Costituzione americana e, in particolare, del Primo Emendamento sulla libertà di espressione -2-6.
A promuovere l’azione legale, come rivelato dalla stampa internazionale e confermato dagli atti depositati, sono Massimiliano Cali, coniuge della relatrice, e la loro figlia minore, cittadina statunitense in quanto nata negli Stati Uniti. Una scelta, questa, che aggira un duplice ostacolo: da un lato, la policy dell’Onu impedisce ad Albanese di intentare una causa in prima persona; dall’altro, la cittadinanza americana della bambina diventa il cardine giuridico su cui si fonda la richiesta di tutela -2-3. L’abitazione di famiglia si trova a Washington, e la figlia, spiegano i legali, è a tutti gli effetti “parte della comunità nazionale”, un dettaglio non secondario per radicare la competenza del tribunale e rivendicare l’applicabilità dei diritti costituzionali -3-4.
Nel mirino della causa, come si legge nei documenti visionati da Associated Press e The Hill, non ci sono soltanto i provvedimenti in sé, ma l’interpretazione che l’esecutivo ne ha dato, trasformandoli, secondo l’accusa, in uno strumento di censura -1-6. Le sanzioni, comminate a luglio tramite un ordine esecutivo firmato da Trump e inizialmente concepito per colpire funzionari della Corte Penale Internazionale, hanno di fatto congelato l’accesso di Albanese al sistema finanziario globale. La relatrice non può utilizzare carte di credito, effettuare bonifici o accedere al suo conto corrente, una condizione che l’ha costretta a ripiegare sull’uso esclusivo del contante per qualsiasi transazione, persino per le più elementari spese quotidiane -2-5.
L’impatto concreto dei provvedimenti e la difesa della Casa Bianca
Le conseguenze, come emerge dalle testimonianze raccolte, non sono solo economiche ma profondamente personali e laceranti per il nucleo familiare. La figlia minore, spiegano i querelanti, si trova impossibilitata a fare ritorno nel paese in cui è nata, e l’intera famiglia non può più accedere alla propria abitazione nella capitale americana -2-3. Massimiliano Cali, che lavora per la Banca Mondiale, si è visto negare l’ingresso negli Stati Uniti, un ostacolo che gli impedisce di recarsi presso la sede del suo stesso datore di lavoro -2. Si tratta, ha dichiarato la stessa Albanese in un’intervista, di una vera e propria “criminalizzazione del suo ruolo di madre e dei legami familiari”, un peso che grava su tutti i componenti della famiglia, timorosi anche solo di sostenerla finanziariamente per non incorrere in un’accusa di favoreggiamento -2-6.
La tesi sostenuta nell’atto di citazione è lineare e punta dritta al cuore del bilanciamento tra sicurezza nazionale e libertà individuali. I provvedimenti, si argomenta, rappresentano un abuso dello strumento delle sanzioni, concepito per contrastare terroristi e regimi autoritari e non certo per mettere a tacere voci critiche verso la politica estera americana -2-6. L’amministrazione, invece, difende con fermezza la propria posizione. Un portavoce del Dipartimento di Stato, interpellato in merito, ha bollato l’iniziativa legale come “infondata”, ribadendo che le misure contro Albanese sono “legali e appropriate” e che la relatrice, a loro avviso, si è resa indegna del suo ruolo a causa di quella che viene descritta come una condotta “parziale e malevola” -3-6.
Il nodo della libertà di espressione e il ruolo dell’Onu
La questione, destinata ad approdare ora al vaglio della magistratura federale, si innesta su un terreno scivoloso che intreccia politica internazionale e diritti civili. La difesa della famiglia Albanese si basa sulla presunta incostituzionalità di un provvedimento che, di fatto, punirebbe delle opinioni. L’attività della relatrice, che nei suoi rapporti per le Nazioni Unite ha più volte accusato Israele di condotte genocidarie a Gaza – accuse puntualmente respinte con forza da Israele e Stati Uniti –, costituirebbe, secondo il ricorso, “un’attività centrale protetta dal Primo Emendamento” -1-6. Un principio, questo, che i legali di Cali estendono all’intero nucleo familiare, le cui esistenze sono state sconvolte da una decisione presa per ragioni di dissenso politico.
La controversia solleva, inoltre, un precedente delicato per il sistema delle Nazioni Unite. Francesca Albanese, in qualità di relatrice speciale, agisce con un mandato indipendente del Consiglio per i Diritti Umani, e le sue opinioni non rappresentano ufficialmente l’Onu. Ciononostante, l’applicazione di misure unilaterali così pesanti nei confronti di un esperto delle Nazioni Unite era già stata criticata in passato dallo stesso segretario generale António Guterres, i cui portavoce avevano parlato di un “precedente pericoloso” -6. Ora, con questa causa, saranno i giudici americani a dover stabilire se la sicurezza nazionale e la lotta a ciò che Rubio definì “antisemitismo e disprezzo per l’Occidente” possano giustificare una limitazione così pervasiva dei diritti di una famiglia, composta anche da una cittadina statunitense, colpendola nei suoi affetti più intimi e nei suoi beni più materiali, come la porta di casa chiusa a chiave dall’altra parte dell’Oceano -3-5.




