La relatrice Onu Francesca Albanese torna nella lista nera degli Stati Uniti
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Redazione Esteri
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È durata appena una settimana – o forse sarebbe più preciso dire quattordici giorni, a seconda del conteggio che si preferisce adottare – la sospensione delle misure restrittive che avevano colpito Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.
L’amministrazione Trump, attraverso un avviso pubblicato sul sito web del Dipartimento del Tesoro, ha infatti proceduto a reinserire il nome dell’esperta italiana in quella che è comunemente definita una “lista nera” a livello globale, un’azione che le impedisce di fatto di utilizzare le principali carte di credito o di effettuare qualsiasi tipo di transazione bancaria. Una mossa, questa, che arriva a stretto giro di posta rispetto alla decisione di un giudice federale, il quale aveva inizialmente bloccato il provvedimento ritenendo che ledesse la libertà di espressione della stessa Albanese.
Il cortocircuito tra un’ordinanza giudiziaria e la sospensione d’appello
Per comprendere la portata di questa inversione a U, occorre riavvolgere brevemente il nastro delle vicende processuali. Qualche giorno fa, il giudice distrettuale Richard Leon aveva concesso un’ingiunzione preliminare, rilevando come le sanzioni imposte dall’esecutivo – che avevano di fatto trasformato la vita della relatrice in un continuo problema logistico, costringendola a spostarsi “solo con contanti” – violassero i principi del Primo Emendamento sulla libertà di parola.
Sulla scia di quell’ordinanza, l’Ufficio per il controllo di beni stranieri (Ofac) aveva rimosso il nome di Albanese dall’elenco dei soggetti particolarmente designati. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha impugnato immediatamente la decisione, ottenendo dall’Ufficio del censimento degli Stati Uniti un provvedimento urgente che sospende gli effetti della sentenza precedente.
Proprio questa “sospensione amministrativa” – che i giudici d’appello hanno precisato non costituire un giudizio sul merito della causa, bensì un mero atto tecnico per valutare l’istanza d’emergenza – ha consentito alla Casa Bianca di ripristinare lo status quo ante.
Le origini della disputa e le accuse del segretario di Stato Rubio
Il braccio di ferro tra Washington e la funzionaria Onu affonda le sue radici nel luglio del 2025, quando il segretario di Stato americano, Marco Rubio, annunciò ufficialmente l’intenzione di colpire Albanese con sanzioni finanziarie e il blocco dell’ingresso negli Stati Uniti.
La motivazione addotta all’epoca era piuttosto esplicita: Rubio accusò la relatrice – che da anni monitora le violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi – di aver diffuso “antisemitismo sfacciato” e di aver espresso “sostegno al terrorismo”, nonché di aver tentato di spingere la Corte penale internazionale (Cpi) a intraprendere azioni legali contro funzionari israeliani e, di riflesso, americani.
Albanese, che ha sempre respinto al mittente queste etichette, si è trovata così al centro di una bufera diplomatica che ha finito per coinvolgere anche la sua sfera privata, dato che le sanzioni hanno reso di fatto impossibile per la sua famiglia – composta dal marito economista della Banca mondiale e dalla figlia, cittadina statunitense – gestire le normali incombenze quotidiane.
Le conseguenze pratiche di un’iscrizione nella lista nera
Essere reinseriti nella lista nera del Tesoro americano non è una formalità burocratica, ma una gabbia finanziaria che produce conseguenze tangibili e immediate. Per Francesca Albanese, ciò significa l’impossibilità di accedere al circuito bancario a stelle e strisce, l’azzeramento dell’uso di qualsiasi carta di credito emessa da società Usa e, come lei stessa aveva denunciato nei mesi scorsi, l’obbligo di fare affidamento esclusivamente sul contante per sopravvivere durante le sue missioni all’estero.
Le sanzioni, che erano state inizialmente sospese dopo che i familiari della relatrice avevano avviato una causa legale contro l’amministrazione, tornano dunque in vigore in attesa che la corte d’appello si pronunci definitivamente sulla legittimità costituzionale del provvedimento.
Se da un lato i giudici hanno chiarito che la sospensione delle sanzioni non rappresenta una vittoria definitiva per Albanese, dall’altro la Casa Bianca sembra intenzionata a mantenere alta la pressione su chi, nel consesso internazionale, continua a criticare apertamente le politiche israeliane nella Striscia di Gaza.




