La relatrice dell’Onu Francesca Albanese trascina Donald Trump in tribunale: la famiglia fa causa al presidente degli Stati Uniti per le sanzioni subite
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il contenzioso tra la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, e l’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si sposta nelle aule giudiziarie. È stato depositato presso il tribunale distrettuale per il distretto di Columbia un ricorso, promosso non direttamente dalla giurista italiana – a cui le regole dell’organismo internazionale impediscono di agire in prima persona – bensì da suo marito, Massimiliano Cali, e da uno dei loro figli. L’azione legale, che rappresenta una mossa senza precedenti nel rapporto tra un funzionario Onu e la superpotenza americana, contesta la legittimità delle misure restrittive imposte dalla Casa Bianca nei confronti dell’esperta.
Le violazioni costituzionali al centro del ricorso contro le sanzioni di Washington
Secondo quanto si legge negli atti depositati, la famiglia Albanese ritiene che le sanzioni, che di fatto hanno congelato i beni e limitato la libertà di movimento e di lavoro della relatrice, configurino una palese violazione di alcuni emendamenti della Costituzione degli Stati Uniti. Nello specifico, si fa riferimento al Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione, e al Quinto, che tutela il giusto processo legale: il provvedimento, di fatto, avrebbe privato Albanese dell’accesso ai suoi conti correnti, le avrebbe impedito di spostarsi liberamente e le avrebbe negato la possibilità di utilizzare un appartamento di sua proprietà a Washington, il tutto senza un contraddittorio o un regolare procedimento giudiziario.
La difesa, nel ricorso, opera una distinzione sostanziale: se da un lato si riconosce che le sanzioni possono essere uno “strumento potente” contro terroristi e regimi autoritari, dall’altro si denuncia che esse “vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce”. Un’accusa pesante, che punta a smontare l’impianto giuridico con cui Washington, attraverso l’Ufficio per il controllo dei beni esteri, aveva equiparato di fatto il livello delle restrizioni a quello riservato a individui considerati una minaccia per la sicurezza nazionale, una qualifica che i legali della famiglia definiscono non solo sproporzionata ma incostituzionale se applicata a una funzionaria internazionale per le sue opinioni.
Il contesto internazionale e il fronte diplomatico a Ginevra
L’iniziativa giudiziaria si inserisce in uno scenario politico-diplomatico particolarmente teso, che ha visto nelle ultime settimane un acceso dibattito in seno al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, attualmente riunito a Ginevra per la sua 61esima sessione. La posizione di Albanese, da tempo critica verso le politiche israeliane e sostenitrice dei procedimenti giudiziari internazionali contro i leader israeliani per le operazioni militari a Gaza, aveva portato a una richiesta formale di dimissioni da parte di un gruppo di Paesi europei, con la Francia inizialmente in prima fila. La controversia, tuttavia, non ha indebolito la sua posizione nell’organismo, che anzi ha visto il comitato di coordinamento delle procedure speciali esprimere solidarietà alla relatrice, condannando quelli che ha definito “attacchi viziosi, radicati nella disinformazione” da parte di rappresentanti statali e definendo le sanzioni un provvedimento “illegale”.
Se da un lato l’Europa appariva divisa, con l’Italia che non ha mai formalmente rotto gli indugi sulla richiesta di rimozione nonostante le pressioni di Fratelli d’Italia -7, dall’altro lato si è compattato il sostegno del cosiddetto “Sud del mondo” e di paesi come il Sudafrica, il cui ministro della Giustizia è intervenuto a Ginevra in sua difesa, scatenando però aspre critiche dalle organizzazioni sioniste locali che l’hanno definita una “vergogna nazionale”. Un allineamento trasversale che ha finito per blindare il mandato di Albanese, trasformando la sua battaglia personale contro le sanzioni USA in un simbolo dello scontro tra l’approccio unilaterale di Washington e il multilateralismo delle Nazioni Unite, sempre più in bilico in un contesto di crisi finanziaria e di credibilità.
I dettagli del provvedimento e le conseguenze sulla vita della relatrice
Le sanzioni, che risalgono allo scorso anno e sono state inasprite nei mesi successivi, erano state giustificate dall’amministrazione Trump con la necessità di contrastare quella che veniva definita una “campagna di accuse estreme e infondate” contro Israele, in particolare per aver spinto la Corte Penale Internazionale ad aprire indagini su alti funzionari israeliani e su aziende americane come Palantir, Google e Amazon, accusate in un suo rapporto di essere complici di violazioni dei diritti umani nel conflitto a Gaza. L’inserimento di Albanese nella lista dei cosiddetti “nazionali specialmente designati” ha di fatto reso impossibile qualsiasi transazione finanziaria con soggetti statunitensi, un colpo durissimo per una figura pubblica che, oltre all’incarico Onu, svolge attività accademica e di ricerca.
La decisione di ricorrere al tribunale civile, affidata ai familiari, è l’extrema ratio per cercare di scardinare un meccanismo che, di fatto, ha messo Albanesi in una condizione di isolamento giuridico ed economico. L’amministrazione Trump, forte della nuova posizione di forza internazionale e del ritorno alla guida del Paese, non ha mostrato segni di apertura, anzi ha ribadito la propria linea dura contro i funzionari Onu considerati ostili. La partita, ora, si gioca su due tavoli: quello diplomatico delle Nazioni Unite, dove Albanese mantiene saldo il suo incarico, e quello giudiziario americano, dove si dovrà stabilire se la lotta al terrorismo e la difesa degli alleati possano giustificare sanzioni così pervasive nei confronti di chi, per mandato internazionale, è chiamato a vigilare proprio sul rispetto dei diritti umani.




