Un giudice Usa blocca le sanzioni contro Francesca Albanese, ma la relatrice Onu avverte: “serve un atto politico”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La battaglia legale intrapresa da Francesca Albanese, la giurista italiana che da anni, con rapporti accesi e dichiarazioni pubbliche nette, contesta la condotta di Israele a Gaza – dove tra il 2023 e il 2025 si sono contate decine di migliaia di vittime – e denuncia l’impunità garantita dagli Stati Uniti al loro alleato mediorientale, ha ottenuto una prima, parziale vittoria. Un giudice federale di Washington, il distrettuale Richard Leon, ha infatti sospeso temporaneamente le sanzioni che l’amministrazione Trump aveva comminato nei suoi confronti. Una misura punitiva, quella voluta dalla Casa Bianca ormai più di un anno fa, che rientrava in una strategia più ampia di ritorsione verso funzionari e organismi internazionali ritenuti ostili alla politica estera del presidente rieletto. La decisione del magistrato, per quanto provvisoria, rappresenta una battuta d’arresto significativa per l’esecutivo e riapre, di fatto, il dibattito sui limiti dell’uso delle sanzioni come strumento politico.

“Abbiamo creduto fino in fondo nella giustizia”: la reazione della relatrice Onu

Intervenuta a Piazzapulita, il programma di La7, la stessa Albanese ha spiegato il senso profondo – sia politico che personale – di questa sospensione. “Molti ci scoraggiavano dal portare in giudizio il presidente degli Stati Uniti”, ha dichiarato, “ma noi abbiamo creduto fino in fondo nella giustizia”. Una frase, questa, che getta luce sulle resistenze incontrate dal suo team legale prima di arrivare alla pronuncia del giudice Leon, il quale ha fondato la sua sospensione principalmente sulla tutela della libertà di espressione, richiamando il primo emendamento che nemmeno Trump, a suo dire, è riuscito a sopprimere. La giurista, tuttavia, non ha nascosto che il provvedimento giudiziario, per quanto importante, non risolve la questione alla radice: “Il giudice Usa ha bloccato le sanzioni, ma serve un atto politico. L’Europa ha paura di Trump”, ha aggiunto, sottolineando così il clima di timore che, secondo lei, condiziona le cancellerie del Vecchio continente.

Le reazioni politiche in Italia: dalla “bellissima notizia” alla critica su chi paga il conto

La notizia della sospensione ha scatenato un coro di reazioni nel mondo politico italiano, tutte improntate a un certo stupore per il fatto che sia stata una corte americana a difendere una voce critica verso Washington. Angelo Bonelli, esponente dei Verdi, ha parlato di “bellissima notizia”, mentre il suo alleato in Alleanza Verdi e Sinistra, Nicola Fratoianni, ha sottolineato con una punta di amarezza: “C’è voluto un tribunale Usa”. Più tranchant il commento di Alessandro Di Battista, ospite frequente nei salotti televisivi, il quale ha notato come sia “servito un tribunale statunitense” là dove la politica europea e italiana sono rimaste in larga parte in silenzio. Laura Boldrini, da parte sua, ha definito la vicenda “una boccata d’ossigeno”, in un contesto in cui il governo italiano – accusato da più parti di complicità e collusione – non ha ancora rotto il proprio silenzio ufficiale sulla vicenda delle sanzioni.

Le sanzioni come “punizione” per la campagna contro l’economia del genocidio

Le misure decise un anno fa dalla Casa Bianca, va ricordato, non erano state motivate solo da divergenze politiche generiche. La relatrice Onu aveva infatti lanciato una campagna internazionale contro quella che lei stessa ha definito “l’economia del genocidio”, riferendosi ai flussi commerciali e agli aiuti militari che, secondo i suoi rapporti, avrebbero alimentato l’offensiva israeliana nella Striscia. Per questo l’amministrazione Trump aveva inserito Albanese in una lista di soggetti sottoposti a sanzioni economiche e di movimento, una mossa che molti critici avevano letto come un tentativo di mettere a tacere un’incomoda testimone. Ora la sospensione decisa dal giudice Leon non solo ferma temporaneamente quelle misure, ma rimette al centro del dibattito la questione se sia legittimo usare lo strumento sanzionatorio contro chi esercita funzioni ufficiali per conto delle Nazioni Unite, o se invece questo non costituisca una violazione delle immunità diplomatiche e della libertà di espressione.

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