Droni su Baghdad e detriti su una base Unifil in Libano: la duplice emergenza per i militari italiani
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Redazione Esteri
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Il cuore della notte a Baghdad è stato squarciato da un'esplosione, quella di un drone che ha centrato in pieno un hotel della capitale irachena, una struttura all'interno della quale, ed è questo il dato di centrale rilevanza per il nostro Paese, alloggiava del personale militare italiano. L'ordigno, parte di un'azione che si inserisce in un panorama mediorientale sempre più incandescente, ha provocato danni materiali ma, come riferito dalle prime ricostruzioni e confermato dal ministero della Difesa, non ha coinvolto i nostri connazionali, i quali, attivando le previste procedure di sicurezza, hanno trovato riparo nei bunker della struttura, scampando di fatto alle conseguenze dirette dell'attacco. Il ministro Guido Crosetto, immediatamente allertato, si è messo in contatto con il capo di Stato maggiore della Difesa e con il comandante del Comando operativo di vertice interforze, seguendo personalmente l'evolversi di una situazione che, per la sua dinamica e per il target prescelto, presenta margini di preoccupazione non trascurabili.
A rendere ancora più tesa la giornata, e a delineare un quadro di pressione coordinata o quanto meno coincidente nel tempo, è l'episodio verificatosi poche ore prima in Libano, nell'area sud del Paese dei Cedri. Qui, nella base di Shama, che ospita il comando del Settore Ovest di Unifil a guida italiana, alcuni detriti, verosimilmente riconducibili a razzi intercettati in volo dai sistemi antimissile israeliani, sono precipitati all'interno del perimetro. Anche in questo caso, stando a una prima sommaria valutazione, non si registrano feriti in senso proprio, ma un militare italiano, facente parte della Brigata Sassari, è stato assistito dal personale sanitario a causa di un dolore a un occhio, sebbene non presenti lesioni aperte e le sue condizioni, come precisato dalle autorità, non destino preoccupazione. Due episodi distinti, dunque, ma ravvicinati, che pongono con urgenza il tema della sicurezza dei contingenti nazionali operanti in teatri di crisi.
Una catena di contatti ai vertici della Difesa
La reazione del ministro Crosetto, così come descritta nelle note ufficiali, è stata immediata e si è articolata su più livelli: non solo l'incessante richiesta di aggiornamenti in tempo reale sulle condizioni dei soldati, ma anche un'attività di coordinamento con le massime gerarchie militari per comprendere la natura e la possibile origine degli attacchi, in particolare di quello a Baghdad, portato da un mezzo a pilotaggio remoto contro un obiettivo civile dove erano stanziati nostri connazionali. La circostanza che i militari, sia in Iraq che in Libano, abbiano potuto mettersi al sicuro – nei bunker nell'hotel iracheno, o all'interno delle strutture protette della base Unifil – attesta, da un lato, l'efficacia dei protocolli di sicurezza in vigore, ma dall'altro non può non sollevare interrogativi sulla crescente esposizione delle nostre truppe in un'area in cui gli equilibri, già fragilissimi, appaiono definitivamente saltati.
Non si tratta, infatti, di eventi del tutto inediti, ma la loro concentrazione in un lasso di tempo così ristretto, e la loro natura specifica, suggeriscono un livello di minaccia diffuso e asimmetrico. Nel caso di Baghdad, l'utilizzo di un drone rappresenta una modalità d'azione che rende porosa qualsiasi linea di difesa perimetrale, specialmente se il bersaglio è un edificio non strettamente militare come un hotel. Nel caso del Libano, invece, i detriti caduti su Shama sono la diretta conseguenza delle intercettazioni di razzi, a testimonianza di come il fuoco incrociato tra fazioni, in questo caso Hezbollah e forze israeliane, finisca per lambire pericolosamente le postazioni dei caschi blu, il cui mandato di pace e interposizione diventa sempre più complesso da attuare in un contesto di guerra aperta.
Il quadro strategico e le comunicazioni del ministro
Mentre il ministro Crosetto manteneva un filo diretto con i comandi operativi, la macchina della Difesa si attivava per verificare non solo lo stato di salute dei propri uomini, ma anche l'integrità delle capacità operative nei due scacchieri. La struttura colpita a Baghdad, lo si è appreso, ospitava personale che svolgeva la propria attività nell'ambito delle missioni internazionali, e la circostanza che nessuno di loro sia stato nemmeno sfiorato dall'esplosione è stata accolta con cauto sollievo. Tuttavia, l'evento in sé, il fatto cioè che un hotel frequentato da occidentali e da militari della coalizione sia stato individuato e centrato da un drone, rappresenta un salto di qualità nella capacità di intelligence e di offensiva di alcuni attori presenti sul terreno iracheno.
Parallelamente, in Libano, il contingente italiano di Unifil si è trovato a gestire le conseguenze di un bombardamento a largo raggio. I detriti caduti a Shama, provocati dall'intercettazione di razzi diretti probabilmente verso Israele, hanno creato momenti di apprensione tra i soldati, sebbene l'unico militare che ha lamentato un fastidio oculare sia stato prontamente visitato e giudicato fuori pericolo. La situazione al confine israelo-libanese rimane tesa, e il fatto che una base a guida italiana venga raggiunta, seppur da frammenti e non da un ordigno intero, la dice lunga sulla prossimità del contingente alle linee di scontro. Il titolare della Difesa, seguendo con attenzione i rapporti che giungevano da Beirut e Baghdad, ha potuto così constatare di persona, seppur a distanza, la prontezza con cui i militari hanno reagito, riparandosi e mettendosi in sicurezza in attesa che la situazione si normalizzasse. Una prontezza che, in scenari del genere, fa la differenza tra un allarme e una tragedia.
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