Il concordato preventivo biennale e il peso delle guerre sugli Isa: ecco cosa cambia per i contribuenti nel 2025
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il periodo d’imposta 2025 si configura come un crocevia per quanti, avendo aderito al Concordato preventivo biennale per il biennio 2024-2025, si trovano ora a fare i conti con la duplice natura di questo istituto. Da un lato, infatti, le imposte per il primo biennio – e lo si deduce dalla struttura stessa dell’accordo – vengono determinate sulla base del reddito concordato, cristallizzando un livello di tassazione prescindendo, in una certa misura, da quello effettivamente realizzato. Dall’altro lato, è proprio il reddito effettivo di questo stesso periodo a fare da spartiacque per il futuro: sarà quello, una volta accertato, a costituire il parametro di partenza per chi intenda rinnovare l’opzione.
La novità di rilievo, per chi guarda avanti, risiede nella formula del cosiddetto “doppio patto fiscale”. Il meccanismo, nelle intenzioni del legislatore, offre ai contribuenti la possibilità di vincolarsi al rinnovo del concordato per un secondo biennio fiscale, oltre al primo già in corso. Un vincolo, questo, che non è privo di una contropartita: in cambio dell’impegno a proseguire nell’adesione, l’amministrazione finanziaria propone un reddito calmierato, con un incremento progressivo e predeterminato per l’intero arco temporale del nuovo periodo concordatario. Si tratta, in sostanza, di una gradualità verso il raggiungimento di una piena capacità contributiva, una gradualità che mitiga il rischio di salti d’imposta improvvisi per chi sceglie di proseguire su questa strada.
Parallelamente, e su un versante solo in apparenza distante, il sistema di valutazione dell’affidabilità fiscale subisce una torsione significativa. Per il periodo d’imposta 2025, nella costruzione degli indici sintetici di affidabilità fiscale (Isa) vengono inglobate variabili che fino a poco tempo fa sarebbero parse estranee al meccanismo di calcolo. Le tensioni geopolitiche e i conflitti bellici – con le relative ripercussioni sulle catene di approvvigionamento, sui costi energetici e sulla domanda finale – entrano ufficialmente tra i parametri che contribuiscono a determinare il punteggio di affidabilità. Un cambiamento che non è solo tecnico, ma che riflette la consapevolezza, da parte dell’agenzia delle entrate, che la capacità di generare reddito non possa più essere valutata prescindendo dallo scenario macroeconomico internazionale.
Le criticità degli Isa settoriali e il caso specifico delle farmacie
Se il quadro generale degli Isa si complica per l’ingresso di variabili geopolitiche, alcuni settori mostrano criticità ancor più strutturali. Il caso delle farmacie, in particolare, offre un esempio paradigmatico di come gli indicatori possano risentire di distorsioni pregresse. L’Isa di settore, identificato dalla sigla DM04U, presenta per il 2025 delle fragilità che affondano le radici nel recente passato. La performance rilevata durante il periodo pandemico – un periodo caratterizzato da un’impennata della domanda di alcuni prodotti e da una mobilità fortemente ridotta – ha prodotto risultati anomali che, inrati nei dati storici, rischiano di alzare artificialmente l’asticella del confronto.
A questo si aggiunge un fattore altrettanto incisivo, legato ai mutamenti intervenuti nella remunerazione del farmaco. Le modifiche normative e contrattuali, intervenute nel frattempo, hanno ridisegnato i margini di un comparto che si trova ora a dover sostenere un confronto con un triennio di riferimento reso atipico proprio da quelle due varianti – la pandemia e la riforma della remunerazione – che ne hanno alterato la fisiologia. Il rischio concreto, per gli operatori del settore, è che gli Isa per il periodo d’imposta 2025 restituiscano un punteggio di affidabilità non allineato alla reale capacità contributiva attuale, con possibili effetti negativi in termini di accesso ai benefici premiali e, non secondariamente, di profilazione ai fini del controllo.
Il vincolo del rinnovo e la strategia della gradualità
Tornando al meccanismo del Concordato preventivo biennale, la struttura a “doppio patto” merita un’analisi approfondita. L’opzione per il rinnovo, che impegna il contribuente per un ulteriore biennio, non è un atto isolato ma si innesta in un percorso di progressiva emersione della base imponibile. La proposta di reddito che l’amministrazione formula in caso di rinnovo – e lo si evince dalla ratio della norma – viene costruita con un incremento modulato, in modo da accompagnare il contribuente verso un allineamento con la propria capacità contributiva reale senza creare discontinuità brusche.
In questo schema, la scelta di vincolarsi assume quindi i contorni di una strategia di pianificazione fiscale di medio termine. Chi decide di aderire al secondo biennio accetta un confronto con l’effettivo reddito del primo periodo, ma lo fa ottenendo in cambio una certezza sul carico fiscale futuro. Un equilibrio, quello tra certezza e adeguatezza contributiva, che rappresenta forse il punto più delicato dell’intero impianto concordatario. E che, per il periodo d’imposta 2025, si intreccia inevitabilmente con le variabili geopolitiche che, come visto, entrano direttamente nella valutazione dell’affidabilità fiscale.




