«Maria ci insegna a consegnare la vita nelle mani del Signore». Il cero di Leone XIV nella Grotta di Lourdes, un ponte con Chiclayo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’undici febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine di Lourdes e trentaquattresima Giornata mondiale del malato, la pioggia sottile che talvolta vela i Giardini Vaticani non ha trattenuto Leone XIV. Il Pontefice, al termine dell’udienza generale tenutasi nell’Aula Paolo VI – quella che i romani continuano a chiamare Aula Nervi, nonostante i tentativi di aggiornare la toponomastica vaticana –, ha voluto raggiungere la riproduzione della grotta di Massabielle. Lì, davanti alla statua dell’Immacolata, copia fedele di quella venerata nei Pirenei, ha sostato in silenzio. Ha acceso un cero, la fiamma esile ma tenace, e ha piegato le ginocchia. Attorno a lui, una dozzina di ammalati in sedia a rotelle, accompagnati dalle infermiere volontarie dell’Unitalsi e dalle hospitalières di Lourdes, recitavano l’Ave Maria di Bernadette -2-8-9.

Le parole pronunciate dal Papa in quel breve saluto a braccio, lontano dai microfoni e dai rigidi protocolli, hanno restituito il nucleo profondo della ricorrenza. «È un giorno molto bello», ha detto, «che ci ricorda la vicinanza di Maria, nostra madre, la quale sempre ci accompagna e ci insegna molto: il significato della sofferenza, dell’amore, del consegnare la vita nelle mani del Signore» -2-9. Un’espressione, quest’ultima, che riecheggia il fiat della Vergine e insieme il grido del Figlio sulla croce, e che ha trovato ascolto immediato in quanti, per malattia o per età, abitano quotidianamente il confine tra la speranza e lo smarrimento.

Poche ore prima, nell’udienza generale, il gesto si era già prefigurato. Leone XIV aveva benedetto un cero dinanzi a un’effigie mariana posta accanto all’altare, stabilendo idealmente un filo invisibile che da Roma raggiungesse Chiclayo, città del Perù settentrionale. È l’antica diocesi di cui Robert Francis Prevost fu vescovo, prima di essere chiamato a dirigere il Dicastero per i Vescovi e, successivamente, eletto al soglio petrino. La scelta della sede per le celebrazioni solenni della Giornata non è accidentale: essa intende onorare la Chiesa locale che ha formato il pastore divenuto poi Pontefice e, al contempo, valorizzare quella «compassione del samaritano» che lo stesso Leone XIV, nel suo messaggio per l’occasione, ha indicato come via maestra per guarire – non solo per curare – le ferite dell’umanità contemporanea -3-8-10.

L’incontro come terapia, la compassione come metodo

Nel testo diffuso lo scorso venti gennaio, e presentato nella Sala Stampa della Santa Sede dal cardinale Michael Czerny, il Papa distingue con nettezza tra il curare, che è competenza della scienza medica, e il guarire, che attiene invece a una sfera più ampia, relazionale e spirituale. La parabola del Buon Samaritano, lungi dall’essere un amabile racconto edificante, diviene una provocazione radicale. L’amore, scrive Leone XIV, non è mai passivo; non è un sentimento che si prova a distanza, ma una decisione che si esprime nell’avvicinarsi, nel toccare la piaga, nel perdere tempo per l’altro -10. In questo senso, la Giornata del malato non è una ricorrenza riservata agli addetti ai lavori – cappellani, volontari, infermieri – ma interpella l’intero ecclesiale e, oltre esso, ogni uomo e donna di buona volontà.

Chiclayo, la memoria viva del vescovo tra fango e ossigeno

Che cosa lega, concretamente, la preghiera nella Grotta Vaticana a quella della cattedrale di Santa María a Chiclayo, la cui facciata neoclassica fu progettata da Gustave Eiffel? Non solo un sentimento di affetto o di nostalgia pastorale. A Chiclayo, il vescovo Prevost visse le alluvioni devastanti del Niño costero nel 2017 e la drammatica carenza di ossigeno durante la pandemia. Indossò stivali di gomma per camminare nell’acqua alta, fece costruire trentacinque prefabbricati per famiglie sgomberate, istituì la campagna Oxígeno de la Esperanza per rifornire di bombole i distretti più sperduti -4. Fu quella, per molti, la prima esperienza di una Chiesa non raccolta in sacrestia, ma immersa nella polvere e nella sofferenza. E fu quella, probabilmente, la scuola in cui il Pontefice ha appreso che la compassione non è retorica, ma logistica, presenza, rischio.

I segni dell’universalità: dalla Spagna alla California

L’udienza generale dell’undici febbraio ha assunto, in controluce, i tratti di una assemblea sinodale ante litteram. Settanta cardiologi e sanitari dell’ospedale universitario Ramón y Cajal di Madrid hanno applaudito alle parole del Papa in spagnolo; una delegazione della Semana santa di Valladolid, accompagnata dal presidente della Conferenza episcopale spagnola, ha portato a Roma la tradizione delle sculture lignee castigliane; oltre cento donne sorbe, vestite con gli abiti tradizionali che distinguono le nubili dalle coniugate, hanno testimoniato la persistenza di una cultura slava nella Germania orientale -8. E poi i cardinali polacchi Dziwisz e Ryś, con il consiglio di amministrazione della Fondazione Giovanni Paolo II, a rammentare che la sofferenza e l’istruzione dei giovani dell’Est Europa restano una priorità. Persino gli studenti della Holy Innocents School di Long Beach, California, hanno portato al Papa il racconto del loro tabernacolo profanato e della statua della Vergine distrutta da atti vandalici, ricevendo non una condanna astratta, ma la solidarietà silenziosa di chi sa che anche il sacrilegio è una forma di malattia da guarire con l’incontro -8.

La fiamma accesa nella Grotta, dunque, non è rimasta confinata tra gli alberi secolari dei Giardini Vaticani. Si è propagata, per via di preghiera, fino al Perù, ai malati di Madrid, alle donne della Sassonia, ai ragazzi della California. E in ognuno di quei luoghi, come nelle intenzioni del messaggio papale, Maria continua a insegnare l’arte difficile di consegnare la vita – ferita o gioiosa che sia – in mani più grandi delle nostre.

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