La guerra in Iran e la strategia della tensione tra le opposte narrazioni di Trump e dei media

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La narrazione della guerra, si sa, è spesso la prima vittima sul campo di battaglia, e nel conflitto che attualmente oppone gli Stati Uniti all’Iran, le divergenze tra i vari fronti informativi sono diventate un abisso incolmabile. Il regime iraniano, da parte sua, sembra aver ormai fatto una chiara scelta di campo: presta fede a quei giornali e a quelle televisioni americane che, fin dal primo giorno, hanno descritto questa come una guerra ormai perduta per l’America. Questa percezione, a loro dire, alimenta l’intransigenza vista finora a Teheran, una capitale che ha subito l’eliminazione fisica della sua guida suprema, Ali Khamenei, proprio nell’attacco congiunto scattato il 28 febbraio.

Tuttavia, la narrazione che arriva dalla Casa Bianca è diametralmente opposta e, se vogliamo, assai più minacciosa. Donald Trump, tornato a ricoprire il ruolo di presidente degli Stati Uniti, ha approfittato del suo discorso alla nazione di mercoledì sera per tentare una spiegazione compiuta del conflitto, la prima di questa portata. Lui, l’inquilino della Casa Bianca, ha tracciato una timeline precisa e angosciante: l’offensiva, ha assicurato, durerà ancora tra le due e le tre settimane. L’obiettivo dichiarato, al di là della retorica della “decapitazione” del regime, sembra essere quello di infierire senza sosta. “Colpirli molto duramente”, ha detto, fino a “riportarli all’età della pietra, dove appartengono”.

È proprio su quest’ultima minaccia – il famigerato ritorno all’età della pietra – che si gioca gran parte della partita psicologica di questa fase calda. L’amministrazione Trump sembra voler capitalizzare militarmente su quanto già accaduto, cercando di trasformare la distruzione in uno strumento diplomatico. Sebbene non ci siano certezze su chi abbia parlato con chi, il presidente americano ha sostenuto che i rappresentanti iraniani abbiano chiesto un cessate il fuoco, una affermazione prontamente e sdegnosamente bollata come “falsa e infondata” dal ministero degli Esteri di Teheran. Per Washington, la riapertura dello Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta consistente del petrolio globale – è la condizione non negoziabile per sedersi a un tavolo.

Dall’altra parte, la strategia iraniana si regge proprio sul controllo di quelle acque e su una resistenza che, a dispetto delle perdite subite, non mostra crepe. I Guardiani della Rivoluzione hanno rivendicato il pieno controllo del canale, avvertendo gli Stati Uniti che nessuna forza esterna potrà riaprirlo con la forza. Mentre Trump insiste nel dire che l’Iran è stato “decimato” e che la parte dura è stata compiuta, Teheran oppone una chiusura totale: nessuna trattativa sotto la minaccia delle bombe. E anzi, l’intransigenza si è irrigidita ulteriormente, forse anche perché, come suggeriscono alcuni osservatori, la propaganda interna iraniana ha interiorizzato l’idea che i media occidentali raccontano una sconfitta inevitabile per gli Stati Uniti.

L’assedio allo Stretto e la frattura con gli alleati europei

Questa guerra, che ha già provocato migliaia di vittime e attacchi a infrastrutture civili come ospedali e fabbriche, sta però mostrando un effetto collaterale imprevisto per Washington: l’isolamento diplomatico. La situazione dello Stretto di Hormuz, che gli Stati Uniti volevano mantenere aperto per controllare i flussi energetici, si sta rivelando un vero e proprio boomerang. Non solo il transito è bloccato, ma le ripercussioni si fanno sentire sui prezzi globali e, cosa più grave per Trump, sulla tenuta delle alleanze. Il presidente, con la consueta verve, ha tuonato contro i partner europei – Francia e Regno Unito in primis – accusandoli di vigliaccheria. La sua invettiva è stata chiara: rifiutandosi di partecipare alla “decapitazione” dell’Iran, quelle nazioni che oggi non riescono a rifornirsi di carburante se ne vadano a prendere il petrolio da sole, magari imparando a combattere, dato che gli Stati Uniti non intendono più fare da scudo.

L’illusione della vittoria dal cielo

Resta infine sullo sfondo un interrogativo strategico che questa amministrazione non ha ancora sciolto, nonostante la sicurezza ostentata nel discorso tv: si può davvero sconfiggere una nazione colpendo soltanto dal cielo? Trump ha cercato di farci credere di sì, descrivendo l’Iran come un Paese in ginocchio, con un nuovo gruppo dirigente meno radicale e più ragionevole solo perché costretto a subire i bombardamenti. Ma la storia, specie quella recente dei conflitti asimmetrici, insegna che ridurre una nazione in macerie – o minacciare di farlo come ai tempi del Vietnam o del Golfo – non garantisce la resa, semmai alimenta un’intransigenza ancora più profonda. La risposta iraniana, che arriva non solo dalle parole ma anche dai fatti missilistici che hanno colpito basi americane alleate nel Golfo, sembra confermare che l’età della pietra, come condizione imposta, non è uno status che si accetta passivamente.

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