L’utile delle grandi banche corre sulle commissioni, il credito resta al palo e l’occupazione continua a scendere
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Redazione Economia
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Il modello di business del sistema bancario italiano, e sarebbe più corretto dire dei cinque o sei maggiori gruppi che da soli ne rappresentano l’ossatura e l’andamento tendenziale, ha definitivamente archiviato l’epoca in cui il motore del conto economico era rappresentato dalla differenza tra tassi attivi e passivi. I bilanci del 2025, analizzati nei loro aggiornamenti progressivi – dal primo trimestre sino alla chiusura dei primi nove mesi – dalla Fondazione Fiba di First Cisl, disegnano il perimetro nitido di una trasformazione strutturale. Il margine di interesse, quello che una volta si chiamava il “core” dell’attività bancaria tradizionale, arretra ovunque: il calo dell’Euribor e la discesa dei tassi Bce hanno eroso quella spinta che nel biennio precedente aveva gonfiato i profitti quasi in automatico -3-5-6. Eppure, nonostante questa flessione che per alcuni istituti ha toccato punte significative, gli utili netti aggregati non solo non hanno ceduto, ma hanno continuato a viaggiare su livelli record. Il paradosso solo apparente si spiega con una sola parola, o forse con due: commissioni e risparmio gestito.
Nei primi nove mesi del 2025, i primi cinque gruppi – Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco Bpm, Mps e Bper – hanno totalizzato oltre 21 miliardi di utili, con una crescita del 7,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente -3-4. La vera notizia, tuttavia, non risiede tanto nella cifra assoluta, per quanto impressionante, quanto nella sua composizione. Il margine di interesse è scivolato del 5,4 per cento; a sostenerlo, compensandolo ampiamente, sono state le commissioni nette, balzate del 6 per cento, e il risultato dell’attività assicurativa, cresciuto addirittura del 12,6 per cento -4. Significa che oggi i grandi istituti di credito, per generare valore, non hanno bisogno di fare ciò che storicamente era la loro ragione sociale – cioè raccogliere risparmio ed erogare prestiti a famiglie e imprese – ma piuttosto di collocare prodotti, gestire patrimoni, vendere polizze. Il peso combinato di commissioni e attività assicurativa sul totale dei ricavi operativi ha ormai superato abbondantemente la soglia del 38 per cento, un dato che colloca l’Italia ben al di sopra della media dei competitor europei, fermi a circa il 27 per cento -3-4.
Il risparmio delle famiglie diventa merce, l’industria resta a secco
La crescita della raccolta indiretta, e al suo interno la componente del risparmio gestito che segna un +21,8 per cento annuo, certifica il successo di questa strategia commerciale -3. Le banche si sono trasformate in grandi distributrici di fondi comuni, Sicav e prodotti assicurativo-finanziari; il cliente viene intercettato non tanto quando chiede un mutuo o un finanziamento, quanto quando dispone di liquidità da investire. Questo spostamento del baricentro, e qui sta il nodo sollevato con insistenza dal segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani, produce una distorsione che non è soltanto contabile ma ha ricadute concrete sull’economia reale. Il risparmio degli italiani, ha sostenuto Colombani nelle diverse uscite pubbliche che hanno scandito la pubblicazione dei report trimestrali, viene trattato essenzialmente come un prodotto da piazzare, non come una risorsa da convogliare verso investimenti produttivi e creazione di posti di lavoro sul territorio nazionale -3-9. E il fatto che le masse gestite aumentino a doppia cifra mentre gli impieghi all’economia ristagnano – la crescita dei prestiti si aggira sullo 0,7 per cento, un dato sostanzialmente piatto – rafforza la tesi di una divaricazione che nel tempo rischia di diventare strutturale -3-4.
Utili in crescita, personale in uscita: l’efficienza a tutti i costi
Se il fronte dei ricavi mostra una vivacità notevole, seppur alimentata da fonti atipiche rispetto alla tradizione bancaria, il versante dei costi racconta una storia fatta di compressione selettiva e tagli mirati. I costi operativi sono sostanzialmente stabili, quelli del personale addirittura in lieve flessione in termini reali nonostante gli incrementi previsti dal rinnovo del contratto nazionale Abi -3-4. Ma il dato più eloquente, quello che spiega meglio di ogni altro la direzione di marcia degli istituti, riguarda l’occupazione. Tra i primi cinque gruppi, nei soli primi nove mesi del 2025, il numero di dipendenti si è ridotto di oltre seimilaseicento unità, una contrazione vicina al 3 per cento -3. Se si allarga lo sguardo all’intero 2025 e si considerano i sette maggiori istituti, il saldo negativo supera le ottomila unità -2. Il rapporto tra costo del personale e proventi operativi scende ai minimi storici, il cost/income medio delle grandi banche italiane si attesta al 39,8 per cento, un livello di efficienza che non ha eguali in Europa, dove la media sfiora il 53 per cento -3-4.
L’altra faccia di questa efficienza, certificata anche dalla crescita della produttività pro capite – le commissioni nette per dipendente sono aumentate dell’8,5 per cento – è la progressiva rarefazione del presidio fisico e la pressione commerciale crescente su chi resta in organico -3-4. La rete degli sportelli è scesa sotto la soglia psicologica delle diecimila unità, un segnale che il rapporto con il territorio si sta riconfigurando in modalità più rarefatte e probabilmente meno accessibili per fasce consistenti di popolazione -2. L’analisi della Fisac Cgil, guidata da Susy Esposito, ha messo in evidenza questa contraddizione: mentre gli utili si moltiplicano e gli azionisti vengono remunerati con dividendi crescenti e programmi di buyback, la forza lavoro si assottiglia e le chiusure degli sportelli proseguono senza che si intraveda un’inversione di tendenza -2.
Patrimonializzazione record e credito tiepido
La solidità patrimoniale delle banche italiane non è mai stata così robusta. Il Cet1 ratio, l’indicatore che misura la qualità del capitale in rapporto alle attività ponderate per il rischio, si attesta su livelli ampiamente superiori ai requisiti regolamentari, con punte che per alcuni istituti sfiorano il 20 per cento -5. Significa che i gruppi bancari hanno abbondanti margini di manovra, potrebbero permettersi di allentare i cordoni della borsa e sostenere l’economia con maggiore slancio. Invece, la dinamica degli impieghi rimane anemica, il credito alle imprese si mantiene su volumi lontani da quelli pre-crisi del 2011, nonostante gli interventi pubblici e le garanzie statali che hanno di fatto trasferito parte del rischio sul bilancio dello Stato -4. Il costo del rischio è ai minimi, le rettifiche su crediti calano, la qualità dell’attivo è buona e i crediti deteriorati sono sotto controllo -5. Mancano, a quanto pare, non le condizioni oggettive per erogare prestiti, ma la volontà strategica di farlo in modo incisivo. Il modello, ormai, è un altro. E produce utili da record. E migliaia di posti di lavoro in meno.




