Legge elettorale, la fretta di Meloni e lo stallo sulle preferenze che spacca la maggioranza

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La corsa contro il tempo, con l’estate ormai alle porte a scandire la scadenza di un appuntamento che il governo considera inderogabile, rischia paradossalmente di inceppare il meccanismo perfetto che Giorgia Meloni aveva immaginato per blindare la legislatura. La nuova legge elettorale, ribattezzata “Stabilicum” o “Melonellum 2.0” a seconda della latitudine politica da cui la si osserva, procede a rilento in commissione Affari Costituzionali alla Camera, divorata da una disputa interna che vede contrapposti i due principali alleati della premier.

Da un lato, la volontà di Fratelli d’Italia di procedere speditamente verso l’approvazione (entro luglio, si spera) per evitare il gelo della Corte Costituzionale in vista del voto del 2027; dall’altro, il veto trasversale di Lega e Forza Italia su un punto nevralgico come quello delle preferenze, capace di far saltare l’intero castello di mediazione. È in questo scarto tra la necessità di fare presto e la difficoltà di trovare un accordo sostanziale che si gioca il futuro della rappresentanza politica in Italia.

Il muro delle preferenze e il fallimento della mediazione

Non cede il fronte, dunque, e la spaccatura è ormai talmente profonda da aver reso vano persino il tentativo – portato avanti con la consueta riservatezza – del presidente del Senato Ignazio La Russa. L’esponente di punta di Fratelli d’Italia, ricevendo nei suoi uffici a Palazzo Madama i rappresentanti di tutti i gruppi, ha cercato di gettare le basi per un confronto che ricomponesse i pezzi; un’operazione, quest’ultima, naufragata di fronte all’intransigenza delle opposizioni, ma anche all’asprezza del dibattito all’interno della stessa maggioranza.

Se da un lato Elly Schlein, Giuseppe Conte e gli altri leader del centrosinistra hanno rispedito al mittente l’invito al dialogo (accusando l’esecutivo di voler distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi, come il caro bollette), dall’altro è all’interno del centrodestra che si consuma la resa dei conti più accesa. L’idea di reintrodurre le preferenze, per quanto possa apparire una restituzione di sovranità all’elettore capace di scardinare il sistema dei listini bloccati, viene vissuta dagli alleati minori come una sorta di “trappola” tesa dalla premier.

Il fronte del “no” e le ragioni dello stallo

La posizione di Antonio Tajani, leader di Forza Italia, è a dir poco granitica: il testo attuale, come lui stesso ha ribadito a chiare lettere, non prevede le famose preferenze, e il suo partito non ha alcuna intenzione di sostenerne l’inserimento in aula. Parole pesanti, che hanno spinto il vicepremier a minacciare un voto contrario qualora l’emendamento dovesse essere presentato, contribuendo a innalzare ulteriormente il tiro della contesa.

Ma non è solo il partito azzurro a serrare i ranghi: anche dalla Lega, per bocca del ministro Roberto Calderoli (storico artefice di molte riforme elettorali del passato), arriva un ultimatum chiaro e netto. «Se lo fate, votiamo contro l’intera riforma», avrebbe ammonito Calderoli ai colleghi di partito durante una riunione concitata, mettendo in mora la maggioranza e certificando le distanze siderali su una materia, quella del “porta a porta” dei candidati, che tradizionalmente spaventa i partiti più strutturati.

E mentre la premier considera questa battaglia per il voto di preferenza come una questione “giusta” (oltre che popolare), i suoi stessi fedelissimi temono che, in caso di votazione segreta, il centrodestra possa subire uno scherzetto proprio dalle opposizioni, le quali non avrebbero alcun problema a sostenere una misura che indebolirebbe le segreterie di partito.

Le regole del “Melonellum” tra premi e nuovi equilibri

A rendere la posta in gioco ancora più alta, c’è naturalmente la struttura tecnica della legge, che prescinde – almeno sulla carta – dalle beghe interne agli alleati. La riforma presentata da Fratelli d’Italia (il cui impianto è stato depositato in commissione con l’obiettivo di discutere in Aula entro il 26 giugno) cancella di fatto il meccanismo del Rosatellum per introdurre un proporzionale con premio di maggioranza.

Si tratta, in buona sostanza, della volontà di replicare il modello tedesco o spagnolo: chi raggiunge la soglia del 42% dei consensi (un traguardo alto, volutamente studiato per scongiurare situazioni di stallo) si aggiudica un premio che garantisce la governabilità, con una forchetta che assegnerebbe fino a 220 seggi alla Camera e 113 al Senato alla coalizione vincente.

Per arginare i rilievi della Corte Costituzionale – che in passato ha bocciato meccanismi simili per “abnormità” del premio – è stato anche limato il tetto massimo dei seggi e abolito il ballottaggio, una modifica, quest’ultima, fortemente voluta da Forza Italia per evitare rischi di ingovernabilità. Nonostante questi aggiustamenti, però, il nodo resta sempre lo stesso: la rappresentanza.

Nei collegi plurinominali, dove le liste rimangono bloccate (con un massimo di sei nomi alla Camera), l’elettore continua a non avere il potere di esprimere una preferenza diretta, limitandosi a ratificare le scelte dei vertici nazionali.

Il paradosso della democrazia delegata

È proprio su questo punto che si gioca la partita più importante, quella culturale, che travalica la semplice conta dei parlamentari. Dal 2005 in poi, con la parentesi del Porcellum prima e dell’Italicum poi, il cittadino italiano è stato progressivamente espropriato del diritto di scegliere il proprio rappresentante, riducendosi a una sorta di “spettatore” di un gioco gestito dalle segreterie.

L’attuale proposta, che molti osservatori definiscono paradossalmente “anti-elettorale”, non fa che perpetuare questo meccanismo, blindando i cosiddetti “paracadutati” (candidati sicuri del proprio seggio) e sterilizzando qualsiasi concorrenza interna al partito.

La reintroduzione delle preferenze, sostenuta strenuamente dalla premier, romperebbe questo schema, ma si scontra con la paura degli alleati (e, ammettiamolo, di molti esponenti dello stesso FdI) di dover fare i conti con il voto dei territori, con le clientele locali e con una competizione autentica che minerebbe l’autorità dei capi partito.

E mentre la macchina del governo accelera per blindare il testo prima della sospensione estiva (un’operazione che richiederebbe l’approvazione lampo di entrambi i rami del Parlamento), l’effetto concreto rischia di essere quello di allontanare ancora di più la politica dai bisogni reali, trasformando la riforma in un mero strumento di sopravvivenza degli apparati.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.