La flotilla fantasma e le otto donne iraniane che Trump dice di aver salvato
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Redazione Esteri
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Da quando Donald Trump, tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno, ha rivendicato il merito di aver scongiurato l’impiccagione di otto giovani donne in Iran, una domanda silenziosa aleggia negli ambienti della sinistra politica, sindacale e movimentista, quelli stessi che da decenni fanno dell’emancipazione femminile e della tutela del cosiddetto sesso debole un cavallo di battaglia. La questione, infatti, è tanto semplice quanto imbarazzante: se davvero il regime degli ayatollah aveva programmato di giustiziare quelle attiviste – e lo stesso tycoon, con il suo consueto tono perentorio, ha dichiarato su Truth di essere stato informato dell’annullamento delle esecuzioni –, dov’è finita la flotilla umanitaria che avrebbe dovuto salpare verso Bandar Abbas, il principale scalo marittimo della Repubblica islamica? Perché nessuna delle solite sigle, nessun comitato di solidarietà, nessuna delle voci che si levano fragorose contro ogni forma di oppressione patriarcale ha organizzato una mobilitazione concreta, una protesta davanti all’ambasciata (inesistente, visto che a Roma gli interessi iraniani sono seguiti dall’ambasciata del Vaticano, ma questo è un altro dettaglio), o quantomeno un comunicato incendario?
La versione di Trump e la smentita secca di Teheran
Il presidente americano, che – va ricordato – non è più una figura nuova per queste dinamiche, aveva scritto: “Apprezzerei molto il rilascio, sarebbe un ottimo inizio dei negoziati”. Poi, a stretto giro, è arrivata l’esultanza: “Ottime notizie! Sono appena stato informato che le otto donne manifestanti che avrebbero dovuto essere giustiziate questa sera in Iran non verranno più uccise”. Un annuncio trionfale, che però si è subito scontrato con la realtà dei fatti, o almeno con la versione fornita dalla magistratura iraniana. I giudici di Teheran hanno infatti smentito ogni cosa: nessuna di quelle otto donne era in attesa di esecuzione, e di conseguenza – spiegano – non poteva esserci alcuna revoca di una condanna che, semplicemente, non era stata emessa nella forma descritta da Trump. La precisazione è arrivata secca, senza giri di parole, e getta un’ombra lunga sulla ricostruzione offerta dal tycoon.
Otto storie, un solo filo rosso: le proteste in Iran
A prescindere dalla disputa diplomatica – che ha dell’assurdo, se si considera che l’amministrazione americana e quella iraniana non intrattengono rapporti ufficiali –, resta il dato di fondo: otto giovani donne, otto volti dei quali attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno ricostruito le storie, tutte legate alla partecipazione alle grandi proteste scoppiate in Iran dopo la morte di Mahsa Amini. Nessuna di loro, stando alle fonti di cui si dispone, era stata formalmente condannata alla pena capitale nelle ore precedenti l’intervento di Trump; eppure il rischio di finire sul patibolo, per chi sfida il regime, è una minaccia costante, un’eventualità che aleggia su ogni attivista, ogni donna che toglie il velo, ogni studentessa che alza la voce. La magistratura iraniana ha smentito la ricostruzione del presidente Usa, ma non ha negato che quelle donne fossero detenute, né che avessero subito processi sommari. La sottile linea tra una condanna a morte già scritta e una “semplice” detenzione in attesa di giudizio, in un sistema giudiziario che non riconosce le più elementari garanzie processuali, è spesso impossibile da tracciare.
Il silenzio delle flotille e l’imbarazzo della sinistra
Ed è proprio qui che il paradosso si fa più pungente. Per anni, decine di comitati, associazioni e movimenti – soprattutto quelli che si riconoscono in una certa area progressista – hanno organizzato flotille, carovane, navi della speranza per portare aiuti a Gaza, per denunciare l’embargo a Cuba, per sfidare i blocchi navali imposti da Israele o dagli Stati Uniti. Nessuno di questi, però, sembra aver mai preso in considerazione l’idea di organizzare una spedizione verso Bandar Abbas, per protestare contro l’impiccagione sistematica di donne iraniane, contro la lapidazione per adulterio, contro l’obbligo dell’hijab imposto con la violenza. La flotilla per le donne iraniane, insomma, esiste solo sulla carta: è pronta a tutto, tranne che a salpare. E la domanda, per quanto scomoda, resta lì, senza risposta. Perché la sinistra italiana e internazionale, così sensibile alla causa femminile quando il nemico è un leader occidentale o un alleato di Washington, tace di fronte alle impiccagioni di Stato ordinate dai guardiani della rivoluzione islamica? Forse perché la geopolitica – si sa – ha sempre il brutto vizio di complicare le certezze morali, trasformando gli oppressi di ieri negli oppressori di oggi, e lasciando sulla riva, in attesa di una nave che non arriverà, le otto donne di cui nessuno, tranne Trump, ha parlato.




