Un inglese con febbre a Tristan da Cunha, negativo il test per l’hostess olandese: resta a undici il numero dei contagiati nell’epidemia della Hondius
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Redazione Salute
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Il bilancio dell’epidemia di hantavirus legata alla nave da crociera MV Hondius non si è modificato, nonostante l’emersione di un nuovo caso sospetto e la contemporanea smentita di un altro che aveva destato preoccupazione negli ultimi giorni. Un cittadino inglese, che attualmente si trova sull’isola di Tristan da Cunha sperduta nell’Atlantico meridionale a metà strada tra il Sudamerica e l’Africa, ha manifestato febbre e problemi respiratori che hanno immediatamente fatto scattare l’allarme: il suo nome è stato così aggiunto alla lista dei possibili infettati, portando a undici il numero totale delle persone coinvolte nel focolaio, compresi i tre passeggeri che purtroppo non ce l’hanno fatta. La sua posizione geografica non è certo secondaria, se si considera che proprio in quel lembo di terra l’imbarcazione – sulla quale era già deceduto un cittadino olandese di 69 anni l’11 aprile – aveva gettato l’ancora per qualche giorno, tra il 14 e il 16 dello stesso mese, creando di fatto una finestra temporale compatibile con il periodo di incubazione del virus che, come spiegano gli esperti, può raggiungere anche le otto settimane.
L’ombra dell’aereo e la falsa pista della hostess
Un sospetto che sembrava destinato a entrare nella cronaca è stato invece archiviato nelle stesse ore ad Amsterdam, dove una hostess della compagnia olandese Klm era stata ricoverata in isolamento dopo aver avuto contatti ravvicinati con una delle vittime. Il suo nome era finito sotto i riflettori per un motivo preciso: il 25 aprile, la donna si era trovata a bordo di un volo in partenza da Johannesburg con destinazione Amsterdam insieme alla moglie della prima vittima (la quale, già gravemente malata, sarebbe spirata il giorno dopo). Nonostante la sintomatologia compatibile – che aveva indotto i medici a trattarla come un caso sospetto – i tamponi specifici per l’ortohantavirus hanno restituito un esito negativo, depennandola così da una lista che comunque resta drammaticamente aggiornata. La sua negatività, per quanto rassicurante su scala individuale, non cancella però l’allarme generale: ad oggi restano confermati cinque casi in laboratorio (tra cui quello della vittima tedesca e della coppia di coniugi olandesi), mentre altri due continuano a essere considerati sospetti in attesa degli esami definitivi.
L’isolamento dei cento e la gestione oscura della prima fase
Ciò che rende complessa la ricostruzione epidemiologica di questa vicenda è la dispersione dei passeggeri in una miriade di paesi diversi prima ancora che scattasse l’allarme internazionale. Un centinaio di persone, tra turisti e membri dell’equipaggio provenienti da una dozzina di nazioni, sono attualmente in isolamento domiciliare o ospedaliero: alcuni in Sudafrica (dove un altro turista britannico positivo lotta in terapia intensiva), altri in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in Olanda e persino a Singapore. Un aspetto che però gli investigatori stanno portando alla luce – e che getta un’ombra sulla trasparenza iniziale – riguarda la gestione dei primissimi giorni dell’emergenza, quando il comandante dell’Hondius avrebbe minimizzato i rischi rassicurando i viaggiatori sulla scorta del parere del medico di bordo. Era l’11 aprile quando il decesso dell’anziano turista olandese venne archiviato come morte per “cause naturali”, e la sua salma venne tenuta a bordo senza alcuna precauzione particolare fino all’approdo all’isola di Sant’Elena, dove fu sbarcata senza che venissero prelevati campioni per i test. Solo il 2 maggio, venti giorni più tardi e dopo un secondo decesso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità è stata finalmente informata dell’esistenza di un focolaio causato da un patogeno ancora sconosciuto.
Il medico in vacanza e la risposta della Protezione civile Ue
Nel caos logistico di una nave che viaggiava tra distese di ghiaccio e isole sperdute, circondata da balene e pinguini, c’è stato anche spazio per un gesto inaspettato: un passeggero statunitense in vacanza dall’Oregon, che proprio non ha smesso di fare il medico quando il direttore sanitario del transatlantico è crollato a sua volta. Il dottore, che si era imbarcato in Argentina ai primi di aprile illudendosi di concedersi settimane di riposo, si è ritrovato così a gestire l’emergenza in prima linea, occupandosi dei malati in assenza di alternative. Nel frattempo, a livello istituzionale, l’Istituto Superiore di Sanità italiano ha fatto sapere – recependo una nota dell’Oms del 2 maggio – che per la popolazione generale dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo il rischio resta “molto basso”, dato che si tratta di un virus poco contagioso e dalle modalità di trasmissione limitate (soprattutto per inalazione di polveri contaminate da roditori infetti). La priorità, come dichiarato dal direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus in una conferenza stampa in cui ha confermato gli otto casi totali (di cui cinque riconducibili al virus delle Ande), è blindare la nave ancora in transito per impedire qualsiasi ulteriore diffusione, mentre la Protezione civile europea monitora l’arrivo dei prossimi sbarchi alle Canarie.




