Il funerale semplice di Patrizia De Blanck e il patrimonio disperso tra espropri e nobiltà veneziana

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La figlia Giada, unica erede della contessa Patrizia De Blanck scomparsa domenica scorsa all’età di ottantacinque anni dopo una malattia della quale aveva scelto di non parlare pubblicamente, ha comunicato che i funerali si terranno giovedì mattina alle undici nella chiesa di Ponte Milvio, la Gran Madre di Dio, e ha tenuto a sottolineare – in un messaggio pubblicato sui propri canali social – come la cerimonia sarà «semplice, com’era lei», rifiutando qualsiasi allestimento floreale e chiedendo, a chi volesse onorarne la memoria, una donazione destinata alla ricerca contro i tumori ossei nei bambini -3-7.

Sarebbe riduttivo, però, ridurre l’eredità della nobildonna unicamente a questo gesto di sobrietà postuma o alle volontà testamentarie – ancora non depositate ufficialmente, sebbene si dia per scontato che la totalità dei beni vada alla figlia Giada, legata a lei da un rapporto viscerale e simbiotico, tanto che la stessa Giada ha dichiarato di sentirsi «in un frullatore» e di aver perso non soltanto una madre ma la propria migliore amica -1-3-9.

L’epoca perduta e le macerie del patrimonio

Patrizia De Blanck, ultima discendente della famiglia veneziana dei Dario – quella che possedeva lo storico e sinistro palazzo Ca’ Dario affacciato sul Canal Grande, luogo avvolto da leggende di suicidi e morti violente – non ha mai realmente posseduto quell’immobile, ma ne ha sempre portato il peso simbolico come attestato di una nobiltà che nel tempo aveva dovuto fare i conti con espropri e dissesti finanziari -1-2.

Il lato paterno, quello del padre Guillermo De Blanck y Menocal, ambasciatore di Cuba, subì infatti la nazionalizzazione delle vaste proprietà terriere e delle piantagioni dopo la rivoluzione castrista: una perdita che la stessa contessa quantificò, in varie interviste, intorno ai tre milioni di dollari dell’epoca, una somma che costrinse la famiglia a ridimensionare drasticamente il tenore di vita e a dire addio a gran parte degli averi accumulati nei decenni precedenti -1-9-10.

Nonostante queste dispersioni patrimoniali, la contessa aveva conservato una residenza romana – una villa nel cuore della Capitale, progettata dall’architetto Sandro Petti con arredi anni Settanta, pavimenti lucidi e un gusto cromatico vivace – nella quale viveva con la figlia e che rappresentava, insieme ad alcune opere d’arte e a mobili antichi, la parte più consistente di quanto le rimaneva -2-9.

La malattia, il silenzio e la gratitudine della figlia

Giada De Blanck, nata nel 1981 dal secondo matrimonio della contessa con il console di Panama Giuseppe Drommi, ha raccontato nei giorni successivi al decesso di avere affrontato «un percorso durissimo e doloroso senza crollare», proteggendo la madre da tutto, persino dalla consapevolezza piena della devastazione che il tumore le stava provocando, e scegliendo consapevolmente di vivere quel calvario lontana dai riflettori, lontana da quelle telecamere che per decenni avevano inseguito Patrizia De Blanck in ogni salotto televisivo e in ogni reality show -8.

La stessa contessa, del resto, non era nuova a battaglie sanitarie combattute con la stessa irruenza che metteva in scena in televisione: nel 2018 aveva rischiato di morire per una dacriocistite, un’infezione del sacco lacrimale che, trascurata, aveva prodotto una massa di pus in grado di raggiungere il cervello e trasformarsi in meningite fulminante; fu Giada, allora, a trascinarla al pronto soccorso quando il volto le si era già deformato -8.

L’affetto postumo e la cornice del funerale

Nel messaggio più lungo e toccante pubblicato su Instagram, la figlia ha voluto rimarcare un passaggio che evidentemente le sta a cuore: «Oggi la piangono anche coloro che un tempo la contestavano», quasi a certificare come la schiettezza, le uscite sopra le righe, la libertà di costume che la contessa aveva sempre rivendicato – e che le erano valse non poche critiche in anni meno inclini a certa disinvoltura – siano oggi rilette come tratti di autenticità e di coerenza -3-7.

Ecco dunque che il funerale semplice, senza fiori ma con un angolo dedicato alle donazioni, diventa l’ultima messinscena coerente di una donna che non amava gli orpelli, anche quando la sua esistenza ne era piena; e la scelta della parrocchia di Ponte Milvio, quartiere dove madre e figlia hanno vissuto e dove la contessa era conosciuta, chiude il cerchio di una biografia che incrocia la nobiltà veneziana, gli esprori castristi, i flirt con personaggi celebri e l’affetto popolare guadagnato sul piccolo schermo -6-7.

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