La contessa De Blanck e il patrimonio tra Roma, Ca’ Dario e le piantagioni perdute. L’eredità alla figlia Giada
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Patrizia De Blanck, scomparsa all’età di ottantacinque anni lo scorso lunedì 9 febbraio 2026 al termine di una lunga malattia che la figlia Giada ha definito «devastante» e combattuta lontano da quei riflettori che per decenni ne avevano illuminato la figura pubblica, ha lasciato – e questo è il nodo che emerge con chiarezza nelle ricostruzioni dei giorni successivi al decesso – un’eredità che appare oggi quanto mai composita, stratificata com’è tra ciò che materialmente esiste ancora, tra i mobili e le opere d’arte custoditi nella sua dimora romana, e ciò che invece appartiene ormai soltanto al racconto, alla memoria di un patrimonio familiare dissoltosi tra le pieghe della storia, come quelle piantagioni di tabacco e canna da zucchero che il padre, l’ambasciatore cubano Guillermo De Blanck y Menocal, vide nazionalizzare dopo la rivoluzione castrista con una perdita stimata, per l’epoca, intorno ai tre milioni di dollari -2-5-6.
Se la nobildonna – ultima discendente di quel ramo veneziano che un tempo possedeva l’elegante e sinistro Ca’ Dario, lo storico palazzo affacciato sul Canal Grande che la leggenda metropolitana vuole «maledetto» per le morti violente e i suicidi ivi consumatisi nei decenni -6 – non ebbe mai, in realtà, titolarità diretta su quell’immobile, è pur vero che quel legame genealogico, quel richiamo a un’aristocrazia lagunare ormai tramontata, costituisce una cifra identitaria non secondaria nella comprensione del personaggio; laddove invece la residenza nel cuore di Roma, quella villa progettata dall’architetto Sandro Petti in quello stile iconico anni Settanta fatto di pavimenti lucidi, cromature vivaci e una spazialità quasi teatrale -6, rappresenta il vero, concreto epicentro patrimoniale oggi al vaglio della successione.
Ed è proprio tra le pareti di quella casa, quella che la figlia Giada ha abitato insieme alla madre in un rapporto di simbiosi assoluta, quasi di fusione esistenziale, che si concentra la gran parte dei beni oggetto di trasmissione ereditaria: arredi antichi, opere d’arte che la contessa aveva collezionato nel tempo, oggetti preziosi e fotografie, quelle fotografie che punteggiavano gli ambienti come tracce visibili di una vita vissuta sempre in equilibrio – o forse in bilico – tra salotti televisivi e conversazioni conviviali, tra la scena pubblica e l’intimità domestica -2-5.
Non si conoscono, a oggi, disposizioni testamentarie formalmente depositate o rese note, ma gli elementi disponibili – primo fra tutti il grado di parentela diretta, unito alla natura affettiva di un legame che Giada stessa, nel suo lungo e doloroso messaggio di commiato, ha descritto come totale, incondizionato, quasi simbiotico – portano a ritenere che l’unica erede naturale e presumibilmente universale sia proprio lei, quella figlia che alla madre aveva dedicato ogni scelta, ogni cura, persino il silenzio con cui ha protetto la malattia della contessa dallo sguardo talvolta impietoso del gossip -2-7-8.
Le perdite cubane, i compensi televisivi e la villa che fu di Sandro Petti
Il quadro patrimoniale della defunta, se da un lato comprende dunque quella residenza capitolina – spazio profondamente identitario oltre che bene immobiliare di indubbio pregio – e i numerosi oggetti d’arte che ne impreziosiscono gli ambienti, dall’altro presenta vistose cesure rispetto alla ricchezza familiare originaria: le proprietà cubane confiscate dopo il 1959, le piantagioni e le ville che il padre diplomatico aveva dovuto abbandonare, rappresentano una ferita economica rievocata più volte dalla stessa contessa nel corso degli anni e oggi definitivamente cristallizzata nella forma del ricordo, del «patrimonio perduto» -2-5.
A ciò si aggiungono, in senso inverso, le consistenti entrate maturate durante i decenni di attività televisiva, dalle prime esperienze come valletta nel celebre Musichiere di Mario Riva nel 1958 fino alle partecipazioni più recenti ai reality e ai salotti di Barbara D’Urso: si stima, per esempio, che per l’edizione del Grande Fratello Vip del 2020-2021 la De Blanck abbia percepito un cachet iniziale di centomila euro, cui si sommavano diecimila euro a settimana per la permanenza nella casa -2.
Risorse liquide, queste, verosimilmente confluite nel corso del tempo nella gestione della vita quotidiana e forse in parte reinvestite, ma che contribuiscono a comporre la fisionomia di un’eredità che non è soltanto immobiliare, ma anche frutto di un lungo, stratificato percorso professionale.
Il funerale semplice e le volontà della madre nel racconto della figlia
Giovedì mattina, nella chiesa della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio, verranno celebrati i funerali di Patrizia De Blanck: lo ha reso noto la stessa Giada attraverso i propri canali social, specificando che si tratterà di una cerimonia «semplice, così com’era il suo stile», nel rispetto di quelle ultime volontà che la figlia ha interpretato e fatto proprie, chiedendo inoltre che non vengano inviati fiori ma semmai effettuate donazioni destinate alla ricerca contro il tumore alle ossa, la malattia che ha portato via la contessa -3.
«Questo è per me il messaggio più difficile da scrivere, ma anche quello colmo di maggiore gratitudine» ha scritto Giada, raccontando di una madre «di carattere, libera, ma al tempo stesso semplice» e ringraziando quanti, anche tra coloro che un tempo l’avevano contestata, oggi ne piangono la scomparsa -3.
Parole che, nella loro densità emotiva, restituiscono la complessità di una figura pubblica – quella della contessa televisiva, aristocratica irriverente, talvolta sopra le righe – e di una donna privata, madre e amica, che nella figlia aveva trovato la sua principale interlocutrice, la custode della memoria, oggi erede non soltanto dei beni materiali ma anche, e forse soprattutto, di quel capitale simbolico costruito in sessant’anni di vita sotto i riflettori.




