Patrizia De Blanck, la dimora romana e i gioielli di famiglia perduti nella rivoluzione: l’eredità passa a Giada

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Roma era per Patrizia De Blanck molto più del semplice luogo di residenza anagrafica, e la villa che occupava nel cuore della capitale – quella dimora progettata dall’architetto Sandro Petti con quello stile anni Settanta fatto di pavimenti lucidi e colori decisi – costituiva il crocevia fisico e simbolico di una doppia vita, quella pubblica della “contessa del popolo” e quella intima, quasi appartata, del rapporto con la figlia Giada -1-3-8. Era lì, tra mobili di pregio, fotografie incorniciate e opere d’arte accumulate in decenni di carriera, che la nobildonna scomparsa lunedì 9 febbraio all’età di ottantacinque anni aveva tessuto la trama della sua esistenza; nessuna disposizione testamentaria è stata ancora resa nota, ma chi conosceva la dinamica familiare – quel legame viscerale che Giada stessa ha definito, nei giorni del lutto, di simbiosi assoluta – dà per certo che la totalità dei beni materiali, e alcuni di quelli hanno un valore economico considerevole, confluiranno nel patrimonio della figlia -3-7-8.

Di quel patrimonio, tuttavia, occorre distinguere ciò che era realmente nelle mani della contessa da ciò che appartiene invece alla memoria genealogica, e la distinzione non è secondaria: da parte materna Patrizia discendeva dalla famiglia veneziana dei Dario, quelli del celebre palazzo Ca’ Dario affacciato sul Canal Grande, ma quella dimora – sulla quale aleggia da secoli la leggenda sinistra di una sorta di maledizione fatta di rovine finanziarie, suicidi e morti violente – non le è mai appartenuta, restando piuttosto un pezzo di blasone familiare, una citazione aristocratica che la contessa amava evocare senza per questo poterne disporre -1-8. Sul versante paterno, invece, le perdite sono state concrete e storicamente documentabili: Guillermo De Blanck y Menocal, ambasciatore di Cuba e padre di Patrizia, vide l’intero patrimonio familiare – ville, piantagioni, proprietà terriere – nazionalizzato dopo la presa del potere di Fidel Castro, una confisca che la stessa contessa quantificò, in alcune interviste, in circa tre milioni di dollari di allora, e fu quello il colpo definitivo a un’agiata esistenza che, da quel momento in poi, avrebbe dovuto fare i conti con una ricchezza ridimensionata -3-7-10.

Se la memoria storica racconta di beni perduti per sempre e di un Titolo nobiliare che pure qualche critico, di tanto in tanto, aveva messo in discussione, la realtà degli ultimi decenni – quelli del pieno riconoscimento televisivo – parla invece di una stabilità economica riconquistata attraverso il lavoro, e fu proprio la televisione, del resto, a restituire alla De Blanck non solo notorietà ma anche liquidità: si stimano diecimila euro a settimana per la partecipazione al Grande Fratello Vip del 2020, cui si aggiungeva un cachet iniziale di centomila euro, cifre che le hanno consentito di mantenere quello stile di vita signorile ma mai realmente sfarzoso che le era proprio -3-10. Nella villa romana, dove la malattia devastante – descritta dalla figlia come un calvario combattuto lontano dai riflettori – ha consumato gli ultimi mesi, restano arredi antichi, gioielli e oggetti preziosi che Giada, erede naturale in assenza di sorprese testamentarie, è destinata a ricevere -7-8.

La scelta della semplicità e le volontà espresse per l’ultimo saluto

Giada De Blanck, che aveva costruito la propria esistenza attorno alla figura materna e che per mesi ha scelto il silenzio per proteggere la madre dallo sguardo altrui mentre la malattia – Giada l’ha chiamata «devastante» e alcuni organi di stampa ne hanno specificato la natura oncologica – progrediva inesorabile, ha voluto che l’addio fosse esattamente come Patrizia lo avrebbe desiderato: niente eccessi floreali, nessuna coreografia mondana, ma un corner per donazioni destinate alla lotta contro i tumori ossei infantili allestito all’esterno della chiesa di Ponte Milvio, dove giovedì mattina si sono tenuti i funerali -2-9. «Per il funerale non ho allestito fiori, ma un angolo per le donazioni a favore dei bambini malati» ha scritto la figlia in un messaggio social che intrecciava il dolore privato alla gratitudine pubblica, specificando che quello era ciò che la madre avrebbe voluto, in coerenza con quella semplicità di fondo che molti, leggendo la sua storia solo attraverso l’armatura ironica del personaggio televisivo, avevano sempre faticato a riconoscere -2-9.

La residenza capitolina come lascito materiale e simbolico

Resta, di Patrizia De Blanck, questa casa romana che l’architetto Petti disegnò e che la contessa abitò per decenni trasformandola in una sorta di autoritratto domestico, con quelle pareti che avevano visto succedersi amici, colleghi, operatori televisivi e, soprattutto, la presenza costante di Giada -1-8. Non ci sono, al momento, indicazioni su eventuali destinazioni alternative del patrimonio immobiliare, né su lasciti particolari che possano riguardare enti o fondazioni, e le cronache si limitano a registrare quella che appare una successione lineare: i beni andranno alla figlia, così come vi era andato, negli anni, l’affetto incondizionato e la cura che Giada le ha prestato fino all’ultimo respiro -3-7. Di quel passato veneziano, di quel palazzo sul Canal Grande che la leggenda vuole funesto e che alla contessa apparteneva solo per lignaggio, non resta che una suggestione da rievocare nei necrologi; il patrimonio tangibile è altrove, è romano, ed è fatto di pavimenti lucidi e opere d’arte e fotografie che nessuna confisca, questa volta, potrà portare via -1-8.

Compensi televisivi e la ricostruzione di un’agiatezza

La parabola economica della contessa, del resto, non è mai stata quella di una nobildonna oziosa che amministra rendite ereditarie, ma piuttosto quella di una professionista dello spettacolo che ha saputo – dopo la batalla patrimoniale cubana e la perdita di quei tre milioni di dollari che suo padre non poté recuperare – trasformare la propria immagine in una fonte di reddito continuativa e, negli anni del reality show, persino sostanziosa -3-10. I diecimila euro settimanali del Grande Fratello Vip, sommati ai compensi per le partecipazioni a Domenica in e L’isola dei famosi, hanno costituito l’ossatura finanziaria dell’ultima fase della sua vita, quella in cui la villa romana si è andata riempiendo di oggetti che oggi compongono l’eredità materiale, mentre l’eredità immateriale – quello stile, quella irriverenza, quella capacità di essere aristocratica per nascita e popolare per scelta – è già depositata nelle decine di migliaia di ore di televisione che ha lasciato -4-6-10.

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