«Da Francesca Albanese posizioni inadeguate»: l’Italia come Francia e Germania tra contesti distorti e dissenso interno
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Redazione Esteri
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La richiesta di dimissioni per Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha valicato le Alpi e le propaggini settentrionali del vecchio continente per assumere i contorni di una pressione diplomatica trasversale, ed è il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, dopo aver valutato la posizione assunta prima da Parigi e poi da Berlino, a schierare il governo della Repubblica su quel medesimo fronte; lo ha fatto, nella giornata di ieri, con una dichiarazione secca e priva di ambiguità: le affermazioni e le iniziative della giurista italiana – questo il senso delle parole del titolare della Farnesina – non rispecchiano l’indirizzo dell’esecutivo e, quel che più conta, risultano inadeguate rispetto alla funzione che Albanese ricopre all’interno di un organismo di garanzia e di pace qual è l’Organizzazione delle Nazioni Unite -5. La mossa di Roma, che segue di poche ore quella analoga del ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul – il quale aveva parlato senza mezzi termini di «posizione insostenibile» e di reiterati «commenti inappropriati» da parte della stessa Albanese –, finisce per saldare un asse diplomatico franco-tedesco-italiano che affonda le proprie radici in una contestazione che, però, almeno in parte, pare fondarsi su un presupposto testuale quanto meno discusso -4-8.
Il sintagma incriminato e la pubblicazione integrale del discorso
Il nucleo della disputa, infatti, risiede in una frase che la stessa Albanese – ospite nella serata di mercoledì della trasmissione Piazza Pulita su La7 – ha categoricamente negato di aver mai proferito, ovvero l’asserita definizione dello Stato d’Israele quale «nemico comune dell’umanità»; e la relatrice, che ha fornito la propria versione dei fatti anche attraverso un lungo post sul proprio profilo X, ha pubblicato la registrazione integrale del suo intervento all’Al Jazeera Forum di Doha, dal quale si evince che il bersaglio della critica non era affatto lo Stato ebraico in quanto entità nazionale e popolo bensì, piuttosto, ciò che la giurista ha definito «il sistema»: un complesso di fattori – capitale finanziario, algoritmi che oscurano determinati contenuti, industria bellica – che, nella sua analisi, avrebbe materialmente consentito il perdurare del genocidio nella Striscia di Gaza -2. «Il mio discorso completo – ha scritto Albanese a corredo del video – mostra che il nemico comune dell’umanità è il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, e non certo Israele in quanto tale»; e ancora, in un passaggio della sua arringa difensiva trasmessa dalla rete ammiraglia del gruppo Cairo, ha aggiunto: «Critico lo Stato di Israele, sì, come tutti gli organismi indipendenti fanno nell’ambito dello scrutinio Onu, ma non ho mai detto che sia un nemico dell’umanità. Quanto si sta dicendo su di me è falso, e in quanto falso è anche diffamatorio» -3.
L’iniziativa dei macroniani e l’ombra delle reti filo-israeliane
La controffensiva diplomatica, tuttavia, aveva preso avvio già nei giorni precedenti, quando il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sollecitato da una quarantina di deputati dell’area presidenziale di Renaissance – tra i quali la deputata dei francesi residenti all’estero Caroline Yadan, prima firmataria di una lettera indirizzata al Quai d’Orsay – aveva definito «oltraggiose e irresponsabili» le parole della relatrice speciale, annunciando che la Francia avrebbe formalizzato la richiesta di rimozione durante la prossima sessione del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite, prevista per il 23 febbraio -6-7. La stessa Yadan, che già il giorno successivo all’intervento di Doha aveva diffuso sui propri canali social una citazione virgolettata della Albanese – quella incriminata su Israele «nemico comune dell’umanità» – si è vista successivamente smentire, se non altro sul piano della fedeltà testuale, dalla ricostruzione operata dall’emittente France24, la quale ha documentato come l’attribuzione diretta alla relatrice di quel sintagma fosse, se non altro, imprecisa e bisognosa di contestualizzazione -7. Tuttavia, e questo è il punto, la richiesta francese non arretra: Barrot insiste nel ritenere Albanese «non indipendente, non esperta» e, anzi, l’ha definita senza esitazione «un’attivista politica che incita settori dell’odio», aggiungendo che le sue esternazioni – alcune delle quali risalenti a mesi addietro e concernenti evocazioni del lobby ebraico o comparazioni con il Terzo Reich – costituirebbero una «lunga lista di posizioni scandalose» -5-10.
Lo schieramento del governo italiano e la frattura interna al parlamento
Se la posizione dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni appare, per tramite del ministro Tajani, allineata a quella dei partner europei – e la Lega, del resto, ha già depositato una risoluzione alla Camera che riprende pedissequamente l’istanza già sollevata in seno all’Assemblea nazionale francese –, ciò che emerge con chiarezza dalle carte e dalle dichiarazioni raccolte nelle ultime ore è, piuttosto, una spaccatura verticale all’interno dello schieramento politico italiano, in particolare tra i banchi dell’opposizione -1-6. Il cosiddetto campo largo, infatti, non solo non intende aderire alla richiesta di dimissioni ma, al contrario, serra i ranghi attorno alla figura della relatrice Onu: Angelo Bonelli, leader di Europa Verde e deputato di Avs, ha parlato apertamente di «video manipolato» e di «grave ostilità» nei confronti di Albanese, aggiungendo come tutta questa attenzione nei suoi riguardi varrebbe la pena fosse piuttosto rivolta a «chi ha bombardato e continua a bombardare Gaza» -1. Né la posizione del Movimento 5 Stelle è meno netta: la deputata Stefania Ascari, da sempre organizzatrice delle sortite parlamentari della relatrice – l’ultima delle quali risale a inizio febbraio, appena qualche giorno prima del caso –, ha garantito che le porte del Parlamento italiano rimarranno «spalancate» per la giurista, anche in vista della presentazione del nuovo rapporto su Gaza che Albanese si appresta a consegnare al Consiglio Diritti Umani -1. E persino il Partito Democratico, pur in un silenzio che alcuni osservatori interpretano come prudente cautela, ha visto i suoi esponenti – Laura Boldrini e Arturo Scotto in testa – schierarsi a difesa della relatrice: la coincidenza, per Scotto, tra la richiesta di dimissioni e l’annessione di fatto della Cisgiordania da parte di Israele non sarebbe affatto fortuita, e la condanna ferma e inequivocabile che i governi europei rivolgono ad Albanese stride con l’assenza di sanzioni verso chi, invece, «viola palesemente i diritti umani dei palestinesi» -1.




