Il bivio di Teheran tra macerie nucleari e dissenso interno

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione “Midnight Hammer”, condotta nella notte tra il 21 e il 22 giugno 2025, ha segnato un’escalation senza precedenti nel confronto tra Stati Uniti e Iran, con sette bombardieri stealth B-2 Spirit che hanno sganciato quattordici ordigni GBU-57, meglio noti come “bunker buster”, sulle strutture sotterranee di Fordow, Natanz e Isfahan. Il segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha descritto l’attacco come un’azione “mirata e potente”, specificando come l’obiettivo fosse esclusivamente il programma nucleare della Repubblica Islamica e non le sue forze armate convenzionali o la popolazione civile, un tentativo, questo, di circoscrivere politicamente un’azione militare che di per sé apre scenari di conflitto imprevedibili. Il presidente Donald Trump, nel dare l’annuncio dell’avvenuta missione, ha utilizzato toni trionfalistici sui suoi canali social, parlando di strutture “completamente e totalmente obliterate” e lanciando un monito a Teheran affinché scelga la via della pace, pena “attacchi futuri ben più grandi e ben più facili”.

Eppure, se la macchina bellica americana ha dimostrato una precisione chirurgica e una capacità di penetrazione che il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore Congiunto, ha definito “senza pari”, sul fronte dell’intelligence e della narrazione strategica emergono crepe significative all’interno dello stesso apparato di sicurezza statunitense. La direttrice dell’Intelligence Nazionale, Tulsi Gabbard, ha pubblicamente contraddetto la motivazione principale fornita dalla Casa Bianca per giustificare l’attacco, ovvero l’imminenza di una minaccia atomica iraniana; Gabbard ha dichiarato, infatti, che non esistevano prove concrete che Teheran fosse in procinto di costruire un ordigno, in aperto contrasto con le affermazioni di Trump che il 4 marzo aveva paventato un’atomica iraniana entro due settimane. Questa frattura, che vede una delle più alte cariche dell’intelligence smentire la ragione principale dell’azione militare, rischia di minare la credibilità dell’intera operazione agli occhi dell’opinione pubblica americana e internazionale, gettando ombre sulla reale catena di comando e sulla condivisione delle informazioni critiche.

Le tensioni, peraltro, non si limitano ai rapporti tra la Casa Bianca e i vertici dello spionaggio. La gestione del conflitto ha già prodotto i suoi primi terremoti politici con l’allontanamento di Kristi Noem dalla carica di segretaria per la Sicurezza Interna, una rimozione che fonti vicine all’amministrazione attribuiscono a dichiarazioni non perfettamente allineate con la linea dura voluta da Trump, in particolare sulla gestione delle forze dell’ordine e sulle operazioni interne legate alla sicurezza nazionale. Al di là dei personalismi e dei riassetti di potere, ciò che emerge è una strategia complessiva che appare quantomeno articolata su piani non comunicanti: da un lato la potenza di fuoco dispiegata nello Stretto di Hormuz e oltre, dall’altro un’intelligence che sembra remare contro, e un apparato di governo in cui la lealtà viene premiata più della coerenza informativa.

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