Il miraggio infranto: architetti e cantieri a Dubai tra i missili e il vuoto dei clienti
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Redazione Esteri
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L’architetto, quello con il portafoglio ordini che ancora tiene, racconta di aver smesso di chiudere a chiave la macchina. Parcheggia, si allontana, e le chiavi restano nel cruscotto, come se niente fosse, in quella che continua a definire “la città più sicura del mondo”. Peccato che il mondo, fuori dalla sua automobile, sia cambiato radicalmente. Mentre i cantieri, a dispetto di tutto, restano in gran parte attivi – un’ostinazione fatta di gru immobili contro il cielo terso – il resto di Dubai subisce una metamorfosi silenziosa. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, con il conseguente terrore che si è abbattuto sul Golfo, ha prodotto una frattura netta: da una parte la resilienza a tutti i costi di chi ha scommesso tutto su questo lembo di deserto, dall’altra la resa dei conti per quello che qualcuno, con un misto di invidia e compiacimento, definiva il “modello Dubai”.
La musica si è fermata, e i tavolini sono vuoti
Poco più di un anno fa, questa stessa città festeggiava un record storico, accogliendo oltre 19,5 milioni di visitatori internazionali e consolidandosi, di fatto, come una delle capitali globali del turismo. Oggi, chi lavora nel settore dell’ospitalità parla di un crollo verticale: i ristoranti, solitamente pieni di un viavai incessante di clienti fino a tarda notte, registrano cali di presenze che toccano punte del 70 o addirittura dell’80%. Una ristoratrice, che ha costruito un impero di quattordici locali nel corso di un decennio, ha dovuto tagliare gli stipendi a tutto il personale, compreso il suo, pur di evitare licenziamenti di massa. “La situazione è brutale”, ammette senza giri di parole, descrivendo un’emergenza che ha spinto alcune catene a chiudere definitivamente le saracinesche o a mettere in cassa integrazione forzata la maggioranza dei dipendenti. Le navi da crociera non attraccano più, e l’aeroporto internazionale – un tempo lo scalo più traffico al mondo per viaggiatori internazionali – è diventato un monumento all’immobilità, con cancellazioni a valanga che hanno intrappolato decine di migliaia di turisti nei primi giorni del conflitto.
Il mattone trema, e i miliardari guardano altrove
Se il turismo è l’anima ferita di Dubai, il mercato immobiliare ne rappresenta il polso, e anche lì si avverte un’irregolarità preoccupante. Dopo anni di crescita esponenziale sostenuta da incentivi come il visto d’oro, le transazioni hanno subito un crollo verticale. Alcune analisi parlano di un tracollo del 51% su base mensile, con i prezzi delle abitazioni che hanno smesso di salire per la prima volta da cinque anni a questa parte. La volatilità si legge negli indici di borsa: il colosso Emaar Properties, lo sviluppatore che ha costruito il Burj Khalifa, ha visto le proprie azioni precipitare di quasi il 40% nelle settimane successive allo scoppio del conflitto. Eppure, la narrazione della fuga non è così lineare come potrebbe sembrare. Lo stesso architetto che lascia la macchina aperta ammette che le prenotazioni per le case vacanza sono ai minimi storici, ma racconta anche di investitori – quelli con le tasche più profonde, che pagano in contanti – che in questo momento cercano affari, approfittando di un calo medio dei prezzi che si attesta intorno al 5%. L’incertezza, insomma, agisce come un setaccio: separa i “falsi guru”, quelli improvvisati che sono scappati per primi, da chi invece ha le spalle coperte e può permettersi di aspettare.
L’orgoglio ferito della Guida Suprema
C’è una sottile ironia, in quello che sta accadendo, che riguarda la percezione del potere. Nelle cronache che filtrano dai palazzi del potere iraniano, si racconta di una stranezza. Quello che faceva arrabbiare di più la Guida Suprema, Alì Khamenei, prima di essere ucciso in quell’attacco congiunto, non era solo il fatto di essere confinato in una prigione dorata senza poter uscire dal paese. Né lo scandalo delle ragazze di Teheran che bruciavano i veli. No. La sua vera ossessione, a quanto pare, era linguistica. L’ayatollah non riusciva a capacitarsi che fuori dai confini della Persia, nessuno parlasse più il persiano. Una lingua usata per secoli nel cuore dell’Asia, ridotta al rango di idioma morto oltre i suoi confini. Una sconfitta culturale, quella, che forse pesava più di un missile. E mentre i droni esplodevano sui grattacieli di vetro di Dubai, e i magnari del mattone trattenevano il fiato, quella considerazione – amara per un leader, cinicamente liberatoria per i suoi detrattori – sembrava trovare una sinistra attualità.
La resa dei conti con la “Schadenfreude”
È in questo vuoto che si inserisce quella che alcuni osservatori chiamano “Schadenfreude”, il sottile compiacimento per le disgrazie altrui. Per anni, Dubai è stata il simbolo del capitalismo più arrogante e sfrenato, una Mecca del lusso costruita sulle spalle di manodopera a basso costo e su un’architettura che sfidava le leggi di natura. Vederla ora piegata, seppur lievemente, dai frammenti di missili caduti sulla sua periferia, suscita in molti una reazione cinica: è la fine di un’illusione. Eppure, chi vive sulla linea del fronte di questa crisi, come il ristoratore o l’architetto, non ha tempo per il compiacimento. Loro sanno che i cantieri sono ancora aperti, che il governo ha stanziato pacchetti di salvataggio da quasi 300 milioni di dollari per tenere a galla il settore turistico, e che la sfida, ora, è solo psicologica. La paura è il lusso che nessuno può più permettersi, ma è anche la merce più difficile da vendere in un’economia di guerra.




