Cisgiordania, la tenaglia dei coloni e dell’esercito: spari durante i funerali e case bruciate

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il villaggio di Al-Mughayyir, arroccato sulle colline a nord-est di Ramallah, non ha avuto nemmeno il tempo di assorbire il lutto per i suoi due abitanti uccisi – un ragazzo di appena 14 anni, Aws Hamdi Al-Naasan, e un uomo di 32 anni, Jihad Marzouq Abu Naim – che già le strade sono state nuovamente invase dai mezzi blindati delle forze israeliane. Martedì, il primo atto di una tragedia destinata a ripetersi: secondo l’Autorità palestinese, i due sono stati colpiti a morte dal fuoco di coloni israeliani nei pressi della scuola locale, un episodio che l’esercito (Idf) ha dichiarato essere “in fase di accertamento”, aggiungendo che si era trattato di una reazione a una sassaiola contro un veicolo civile. Il giorno seguente, mentre la folla trasportava le salme avvolte in bandiere palestinesi, un veicolo militare ha attraversato il corteo funebre; il mezzo, a sua volta, è stato bersagliato di sassi, mentre i soldati rispondevano con gas lacrimogeni e granate stordenti per disperdere la processione.

La dinamica dell’attacco e le vittime

A rendere ancora più torbida la ricostruzione dei fatti è la natura ibrida degli aggressori, che incarnano perfettamente quella simbiosi tra movimento dei coloni e autorità militari ormai acclarata sul territorio. A sparare, stando alle testimonianze raccolte e alle immagini diffuse, sarebbe stato un soldato di riserva in uniforme, identificato come un residente di un insediamento vicino; quest’ultimo, sospeso dal servizio dopo l’apertura di un’indagine da parte della polizia militare, avrebbe fatto fuoco prima contro le finestre dell’edificio scolastico – dove il quattordicenne era uscito per andare in bagno – e poi contro l’auto di un parente giunto per mettere in salvo i ragazzi. Tre persone sono rimaste ferite negli stessi scontri, ma la conta dei morti non si è fermata qui: mercoledì, un altro palestinese di 25 anni, Awda Atef Awawdeh, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nella cittadina di Deir Dibwan, sempre nel centro della Cisgiordania, durante quella che l’esercito ha descritto come un’incursione non autorizzata di civili israeliani nell’area.

L’escalation notturna e la strategia a tenaglia

Mentre Al-Mughayyir era ancora in lutto, a nord, nel villaggio di Beit Imrin vicino a Nablus, la violenza assumeva la forma dell’incendio. Un gruppo di coloni incappucciati – immortalati dalle telecamere di sorveglianza mentre lanciavano oggetti infiammabili – ha dato alle fiamme un’abitazione e due auto parcheggiate. Nell’attacco notturno, otto persone sono rimaste ferite, tra cui un bambino di appena un anno, curato per inalazione di fumo; i residenti sono riusciti a impedire che il rogo si estendesse, ma l’episodio segue quella che gli osservatori definiscono una “strategia a tenaglia”. Non si tratta di episodi isolati, ma di un meccanismo ben collaudato: talvolta sono i coloni a precedere l’esercito, devastando terre e case; altre, sono i militari a spianare la strada, creando il vuoto di sicurezza che permette ai civili armati di agire. L’impunità di fatto, denunciata da tempo dalle organizzazioni per i diritti umani, è un fattore ricorrente in questi dossier giudiziari, dove le indagini partono spesso in ritardo e raramente portano a condanne.

L’escalation dei raid e il bilancio delle vittime

Questi eventi, accaduti nell’arco di sole 48 ore, non rappresentano un’eccezione ma il sintomo di un’accelerazione drammatica della pressione insediativa. Dal 28 febbraio scorso, contestualmente all’acuirsi del conflitto su altri fronti, l’organizzazione israeliana Yesh Din ha censito 378 incidenti di violenza da parte dei coloni contro palestinesi e le loro proprietà, un’escalation che è costata la vita ad almeno otto persone e ne ha ferite duecento in quello stesso lasso di tempo. Se si allarga lo sguardo ai dati forniti dall’Autorità palestinese e dalle agenzie delle Nazioni Unite, il bilancio dall’inizio della guerra a Gaza – ormai lontana cronologicamente ma non nelle sue ripercussioni – supera ormai le mille vittime in Cisgiordania, un numero che include civili, ragazzi e passanti colpiti durante i frequenti raid notturni o i blocchi stradali.

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