Bce e tassi, perché il 19 marzo Francoforte non toccherà il costo del denaro
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Redazione Economia
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Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea si riunirà il 19 marzo, e le attese degli operatori finanziari, solitamente propensi a scommettere su qualsiasi variazione pur di anticipare i movimenti del mercato, sono questa volta unanimi nel prevedere una sostanziale inerzia. Nessuna modifica ai tassi di interesse, dunque, né in un senso né nell’altro. Non si tratterebbe, però, del classico immobilismo da vigilia, di quella pausa di riflessione che spesso precede le grandi manovre. Al contrario, la decisione di non decidere appare, paradossalmente, come l’unica risposta possibile a un contesto geopolitico ed economico talmente denso di incognite da rendere qualsiasi mossa prematura, se non controproducente. La presidente Christine Lagarde, del resto, aveva già usato parole nette per descrivere lo scenario attuale, parlando di un grado di incertezza e volatilità sorprendente, che non avrebbe equivalenti nemmeno nel turbolento 2022, quando la guerra in Ucraina sconvolse le catene di approvvigionamento e fece schizzare i prezzi delle materie prime.
Sullo sfondo di questa attesa, naturalmente, c’è l’ombra lunga del conflitto in Medio Oriente e le sue ripercussioni sui prezzi dell’energia. L’attacco all’Iran e le conseguenti tensioni nello Stretto di Ormuz, crocevia fondamentale per il trasporto del petrolio, hanno già fatto salire le quotazioni di greggio e gas, e la Commissione Europea ha messo in guardia da un possibile “shock inflazionistico” se la situazione dovesse perdurare. Ma è proprio sul condizionale che i banchieri centrali, memori dell’errore commesso all’indomani della pandemia quando definirono l’inflazione “transitoria”, preferiscono costruire la loro strategia. La parola d’ordine, a Francoforte come a Washington, è “guardare oltre” (look through), un approccio che consiste nell’osservare gli sviluppi senza intervenire, qualora le variazioni dei prezzi si rivelino temporanee. Il problema, e qui sta il nodo, è che nessuno oggi è in grado di giurare sulla temporaneità di questo shock.
Il peso della geopolitica e il trauma dell’Ucraina
A rendere il quadro ancora più complesso, e a giustificare l’immobilismo della Bce, concorrono fattori che vanno al di là della pura matematica finanziaria. Da un lato, c’è la consapevolezza, più volte espressa dalla stessa Lagarde, che l’Europa si trova di fronte a un “nuovo ordine mondiale”. La politica economica della nuova amministrazione statunitense, con il presidente Trump tornato alla Casa Bianca, introduce variabili difficilmente decifrabili: le minacce di dazi, l’approccio transazionale e la dottrina dell’incertezza strategica rendono complicato per gli analisti dare una forma razionale alle dichiarazioni che arrivano da Washington, e questo clima di imprevedibilità si riverbera inevitabilmente sulle scelte di politica monetaria. Dall’altro lato, e forse in modo ancora più pregnante, pesa l’esperienza del passato recente. Il “trauma” dell’inflazione post-pandemica e l’errore di valutazione sulla sua natura sono ancora vividi nella memoria di molti policymaker, che preferiscono attendere dati più solidi prima di impegnarsi in una direzione piuttosto che in un’altra.
C’è poi da considerare il dato, tutt’altro che secondario, delle ultime proiezioni macroeconomiche risalenti a dicembre. Queste fotografavano un’inflazione attesa per quest’anno all’1,9%, dunque sotto l’obiettivo del 2%, e un tasso di crescita dell’1,2%. Già prima della crisi iraniana, insomma, i timori erano semmai di segno opposto, cioè legati a una crescita troppo debole. L’aumento del prezzo del petrolio, se da un lato può spingere al rialzo l’inflazione, dall’altro rischia di comprimere ulteriormente il Pil, frenando quella ripresa che si dava per scontata. I governatori delle banche centrali nazionali, dal belga Pierre Wunsch all’austriaco Martin Kocher, hanno ripetuto come un mantra che è “troppo presto” per trarre conclusioni e che l’unica strategia possibile, per ora, è quella di valutare la durata e la consistenza dello shock energetico, monitorando con attenzione le aspettative di inflazione ed eventuali effetti di secondo livello, come la richiesta di aumenti salariali.
Il fronte opposto del governo italiano e le attese per il futuro
Mentre la Bce osserva e aspetta, non mancano le pressioni politiche. Il ministro dell’Economia italiano, Giancarlo Giorgetti, ha lanciato un avvertimento chiaro a Christine Lagarde, invitandola a non ripetere gli errori del passato. In piena riunione del G7 e dell’Eurogruppo, il titolare del Tesoro ha messo in guardia dal rischio che, di fronte a una fiammata dei prezzi energetici, si possa pensare di rispondere con una nuova stretta monetaria. Sarebbe “grave”, ha detto Giorgetti, dimenticare la lezione della guerra in Ucraina, quando l’aumento del costo dell’energia distrusse il potere d’acquisto delle famiglie e la competitività delle imprese, e la soluzione non poteva certo essere un inasprimento del costo del denaro. L’Italia, con il suo debito pubblico imponente, è storicamente la più esposta e la più sensibile a qualsiasi ipotesi di rialzo dei tassi, e il pressing su Francoforte perché mantenga una linea prudente è costante.
Le prossime proiezioni macroeconomiche che la Bce pubblicherà proprio in occasione della riunione del 19 marzo, o nelle ore immediatamente precedenti, inreranno solo in parte i recenti sviluppi geopolitici. Lo ha confermato Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo, una figura tradizionalmente considerata tra i “falchi” dell’istituto. Le nuove stime, ha spiegato Schnabel, rifletteranno almeno in parte l’impatto della guerra in Iran, ma l’approccio resta improntato alla massima cautela: deviazioni temporanee e di modesta entità dall’obiettivo del 2%, ha tenuto a precisare, hanno scarsa rilevanza per le decisioni di politica monetaria, a patto che non si modifichino le aspettative di fondo dei consumatori. Detto altrimenti, finché le famiglie e le imprese non crederanno che l’inflazione sia destinata a rimanere alta a lungo, la Bce poté permettersi di restare ferma a guardare. Ma se il conflitto in Medio Oriente dovesse allargarsi e prolungarsi, rendendo strutturale il caro-energia, allora anche i falchi come Schnabel sarebbero pronti a rivedere le loro posizioni e a mettere in campo gli strumenti necessari per evitare che la fiammata dei prezzi si radichi nell’economia reale.




