Hiv, l’allarme degli infettivologi: «Tra i giovani crolla la percezione del rischio, e le donne restano indietro sulla prep»
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Redazione Salute
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La memoria dell’epidemia degli anni Ottanta, quella dei reparti blindati e delle diagnosi senza speranza, si è dissolta nelle generazioni che non l’hanno vissuta.
E gli infettivologi, riuniti di recente alla diciottesima edizione di ICAR – il congresso italiano dedicato alla ricerca sull’Aids e alle terapie antivirali – hanno lanciato un segnale preciso: tra gli adolescenti la consapevolezza del pericolo legato all’Hiv è precipitata, quasi come se il virus fosse stato rimosso dall’immaginario collettivo.
Non è un allarme generazionale, avvertono gli specialisti, ma il frutto di un paradosso – da un lato i progressi terapeutici straordinari, dall’altro l’effetto collaterale di una malattia diventata cronica e quindi, agli occhi dei più giovani, meno spaventosa.
Eppure i dati, quelli che arrivano dall’Istituto Superiore di Sanità riferiti al 2024, raccontano una realtà meno rassicurante: l’80 per cento delle nuove diagnosi riguarda uomini, ma la fotografia epidemiologica lascia fuori un pezzo consistente della popolazione femminile, spesso invisibile ai sistemi di prevenzione e più esposta a ritardi diagnostici pesanti. rainews +3
Hiv, quattro pazienti su dieci interrompono le cure: il peso dell’aderenza terapeutica
Se l’infezione si può oggi tenere sotto controllo con pochi farmaci, talvolta una compressa al giorno, il tallone d’Achille della lotta all’Hiv resta l’aderenza alle terapie.
In Italia, secondo quanto emerso a ICAR, quattro pazienti su dieci saltano le cure – non in modo sistematico, ma con dimenticanze intermittenti che bastano a far vacillare la soppressione virale.
È un dato che interroga il modello stesso di presa in carico, perché l’approccio multidisciplinare – quello che mette al centro la persona, non solo la carica virale – diventa qui decisivo.
Gli specialisti lo ripetono: capire come funziona un antiretrovirale, perché va assunto a orari regolari e quali conseguenze comporta una sospensione anche breve, è il primo vero atto terapeutico. Senza questa consapevolezza, dicono, anche il farmaco più innovativo rischia di restare inefficace. repubblica +3
Donne e prep: l’accesso resta marginale, e molte rinunciano alla maternità
C’è poi un capitolo, quello femminile, che gli infettivologi descrivono come una disparità silenziosa.
Le nuove diagnosi vedono le donne ferme al 20,8 per cento dei casi, ma il dato inganna: lo stigma sociale, più pesante che per gli uomini, si combina con un accesso alla profilassi pre-esposizione – la cosiddetta Prep, cioè l’assunzione di antiretrovirali in persone sieronegative – ancora marginale.
«Le donne sono escluse», hanno detto più volte i relatori a ICAR, non perché i protocolli lo prevedano, ma perché i percorsi di prevenzione restano pensati soprattutto per popolazioni maschili.
E le conseguenze si misurano anche sul desiderio di maternità: molte pazienti con Hiv, raccontano i clinici, rinunciano ad avere figli per timore di trasmettere il virus, nonostante la terapia soppressiva riduca oggi il rischio a valori prossimi allo zero. Un vuoto informativo, questo, che pesa come una condanna immeritata. milanofinanza +3
La persona al centro, tra terapie su misura e campagne che spiegano (davvero) l’aderenza
Il paradigma è cambiato, e non solo nei fogli illustrativi. Oggi curare l’Hiv significa occuparsi della sfera psicologica, delle comorbilità, del benessere complessivo di chi convive con l’infezione – un approccio che richiede infettivologi, psicologi, ginecologi e talvolta nutrizionisti nello stesso tavolo.
Ma le strategie di prevenzione, avvertono gli esperti, devono fare altrettanto: campagne chiare, capaci di tradurre concetti come quello della soppressione virale (quando il virus diventa non rilevabile e quindi non trasmissibile) in messaggi accessibili anche a un ragazzo di diciassette anni.
Perché se è vero che l’Hiv non è più la malattia degli anni Ottanta – e meno male, aggiungono i medici – è altrettanto vero che il crollo della percezione del rischio, tra gli adolescenti, si sta trasformando in un terreno fertile per nuove infezioni.
E mentre la Prep resta sottoutilizzata dalle donne, il divario di genere nelle diagnosi tarde continua a scavare un solco che la sola farmacologia, da sola, non potrà mai colmare. repubblica +3




