HIV, l’epidemia non è finita. L'appello del San Gerardo per diagnosi precoce e prevenzione
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Redazione Salute
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Nonostante i progressi terapeutici, che hanno trasformato l'infezione da HIV in una condizione gestibile, l'epidemia, è bene ricordarlo, non si è affatto arrestata. A sottolineare questa realtà, in occasione della Giornata Mondiale contro l'AIDS, è il professor Paolo Bonfanti, direttore della Struttura di Malattie Infettive della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, il quale richiama l'attenzione sulla necessità di non abbassare la guardia. Le terapie, sebbene efficaci nel sopprimere la carica virale e bloccare la trasmissione del virus, presuppongono infatti che la persona sia a conoscenza del proprio stato sierologico, un traguardo che in Italia, purtroppo, non viene raggiunto con la necessaria tempestività.
Il ritardo italiano nelle diagnosi
I dati più recenti, diffusi dall'Istituto Superiore di Sanità e riferiti al 2024, dipingono un quadro preoccupante: quasi il sessanta per cento delle nuove diagnosi, una percentuale che si attesta precisamente al 59,9%, avviene infatti in ritardo. Ciò significa che per un numero elevato di persone l'infezione viene scoperta quando il virus ha già seriamente compromesso il sistema immunitario, talvolta in congiunzione con la comparsa di malattie indicative di uno stadio avanzato. Di quel gruppo, una parte consistente, il 40,3%, presentava già una condizione di immunodeficienza severa, un dato che si inserisce in un trend di crescita delle diagnosi non tempestive osservato ormai dal 2015.
Le conseguenze di una diagnosi tardiva
Una diagnosi ritardata, che giunge quando i linfociti CD4 sono ormai bassi, comporta una serie di conseguenze significative. Da un lato, si rimanda l'inizio di una terapia salvavita, esponendo la persona a un rischio maggiore di sviluppare infezioni opportunistiche e altre complicanze correlate all'AIDS conclamato. Dall'altro, si perde il vantaggio individuale e collettivo offerto dalla soppressione virale, che, come dimostrato da ampi studi, annulla la possibilità di trasmettere il virus ad altri. Questo ritardo diagnostico, pertanto, non rappresenta soltanto un problema clinico per il singolo, ma anche un ostacolo al controllo dell'epidemia a livello di salute pubblica.
L'importanza strategica della prevenzione
La battaglia contro l'HIV, come evidenziato dall'appello lanciato dal centro monzese, si gioca dunque su un duplice fronte: quello della prevenzione primaria, che include l'uso del preservativo e la profilassi pre-esposizione (PrEP), e quello, altrettanto cruciale, dell'emersione del sommerso attraverso un accesso facilitato al test. Promuovere una cultura della diagnosi precoce, rimuovendo lo stigma che ancora circonda il virus e normalizzando il ricorso al test, diventa un imperativo categorico per invertire la rotta e cercare di raggiungere gli obiettivi di sconfitta dell'epidemia fissati a livello internazionale.




