Hiv, sei diagnosi su dieci arrivano in ritardo: la prevenzione deve cambiare passo

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Ci sono momenti dell’anno che costringono a fare i conti con una realtà, quella dell’Hiv, che troppo spesso viene relegata ai margini del dibattito pubblico, nonostante le sue storie continuino a scorrere silenziose, intrecciate a timori, diagnosi tardive e a una disinformazione che persiste. La Giornata Mondiale contro l’Aids, che si celebra il primo dicembre, rappresenta uno di quei momenti, un monito a non abbassare la guardia di fronte a un virus che, sebbene non faccia più il rumore di un tempo, circola ancora, specialmente tra i più giovani, come sottolinea la professoressa Cristina Mussini della SIMIT. L’ultimo bollettino del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità, riferito al 2024, registra 2.379 nuove diagnosi nel paese, un dato lievemente inferiore ai 2.507 casi del 2023, a dimostrazione di una situazione numericamente stabile ma non per questo meno preoccupante.

Il quadro regionale e l'aumento delle diagnosi tardive

La fotografia scattata in Lombardia, dove dallo scorso anno sono state rilevate 449 nuove diagnosi, contribuisce a delineare un quadro nazionale complesso, sebbene i numeri siano lontani dai picchi registrati nel 2015. Ciò che desta allarme, tuttavia, non è solo la circolazione del virus, bensì il modo in cui viene scoperto: quasi sei persone su dieci, infatti, arrivano a conoscere la propria sieropositività in una fase già avanzata dell’infezione, un ritardo che compromette l’efficacia delle terapie e favorisce inconsapevolmente la trasmissione. Questo fenomeno, che riguarda in misura significativa uomini e donne eterosessuali – i quali, come emerso, giungono alla diagnosi più tardi rispetto alla comunità Lgbtq, dove l’abitudine ai controlli periodici è più radicata –, segna un punto critico nella lotta alla malattia.

Il calo della percezione del rischio e i servizi di supporto

A pesare è, in maniera determinante, quella che gli operatori definiscono una “diminuita percezione del rischio”, un calo di attenzione che si traduce, per il 53% delle persone, nella mancata adozione di protezioni durante i rapporti sessuali. A contrastare questa tendenza, provano a intervenire servizi come la Gay Help Line 800 713 713, che nel 2025 ha già raccolto oltre seimila contatti da parte di chi cercava informazioni e supporto per la diagnosi e la prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili. Parallelamente, il Roma Checkpoint, gestito dal Gay Center con Arcigay Roma, ha offerto test gratuiti per Hiv, sifilide e Hcv a più di quattrocento persone nel corso dell’anno, operando settimanalmente in un contesto “community based” che punta a rendere la prevenzione accessibile e meno medicalizzata.

La sfida della profilassi e dell'informazione

La strada da percorrere, come indicato dagli esperti, passa inevitabilmente per un potenziamento dell’informazione, un ampliamento dell’accesso ai test e una maggiore diffusione della profilassi pre-esposizione, strumenti ormai fondamentali per spezzare la catena del contagio. Mentre si insiste sul fatto che l’Aids è una malattia curabile, se diagnosticata in tempo, si sottolinea con altrettanta forza la necessità di “guarire dallo stigma sociale” che ancora la avvolge, un retaggio culturale che spesso dissuade dall’effettuare i controlli. La sfida, quindi, non è solo medica ma anche culturale, e richiede un cambio di passo che renda la prevenzione un’abitudine consolidata per tutti, a prescindere dall’orientamento sessuale.

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