La sconfitta infinita dell’Italia, Costacurta stronca i critici di Bastoni: “Gatti è meglio?” e punta il dito contro De Laurentiis

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La notte di Zenica si è portata via l’ennesima illusione. L’eliminazione dalla corsa ai Mondiali, la terza consecutiva, ha riacceso il dibattito su una Nazionale che, escluso l’exploit del 2021, sembra procedere a singhiozzo, affondando puntualmente quando il peso della posta in gioco si fa più gravoso. Nei giorni immediatamente successivi alla sconfitta ai rigori contro la Bosnia, le voci autorevoli si sono moltiplicate nel tentativo di dissezionare un’altra débâcle. Tra queste, quella di Billy Costacurta, ex difensore dal giudizio sempre lucido e spietato, ha preso una direzione precisa, spostando il fuoco dell’analisi dal singolo episodio – il rigore fatale – a questioni più strutturali e, al contempo, a singoli interpreti che, a suo avviso, sono stati ingiustamente bersagliati.

Costacurta, intervenuto ai microfoni di Sky Sport, ha scelto di alzare il volume della sua analisi partendo da un caso specifico: la prestazione e il ruolo di Alessandro Bastoni. Il difensore dell’Inter, reduce da una stagione fisicamente complessa, è stato oggetto di critiche feroci, con molti che ne hanno messo in dubbio l’attitudine a ricoprire il ruolo di centrale puro nello schieramento azzurro. L’ex milanista ha liquidato queste osservazioni con una durezza che non ammette fraintesi: “A me fanno ridere quelli che criticano Bastoni”, ha detto, ribaltando la prospettiva. Il suo ragionamento si è sviluppato per domande retoriche che, nella loro semplicità, mettono in luce un vuoto tecnico difficile da colmare. “Bastoni non un centrale? Eh ma chi metti? Richiami Baresi?”, si è chiesto, ironizzando su una presunta soluzione nostalgica che non esiste.

Nella sua disamina, Costacurta ha spinto il tasto sull’assenza di alternative reali, smontando una per una le possibili sostituzioni che circolavano nel dibattito pubblico. Ha citato Federico Gatti, il difensore della Juventus, chiedendosi se fosse realmente superiore o se il semplice fatto di schierarlo al posto dell’interista avrebbe cambiato le sorti della partita. Ha parlato di Riccardo Calafiori, duttile ma non certo un finalizzatore classico nel ruolo di ultimo uomo, esprimendo più di un dubbio. Ha ricordato, quasi con una punta di sarcasmo, la presenza in panchina di Leonardo Bonucci, un centrale dal curriculum sterminato ma ormai fuori dai giochi della continuità. La sua conclusione, in questo frangente, è stata netta: la responsabilità non va cercata in chi, pur in un momento di forma non positivo – ammette – ha dovuto stringere i denti anche per un probabile stato di salute non ottimale, quanto piuttosto nella mancanza di una valida alternativa che costringesse il commissario tecnico a scegliere.

Ma la verve polemica dell’ex difensore non si è esaurita con la difesa a spada tratta di Bastoni. Costacurta ha allargato il raggio della sua critica, prendendo di mira figure chiave del movimento italiano, dal presidente federale Gravina fino ad arrivare a un imprenditore di successo come Aurelio De Laurentiis. Se da un lato ha riconosciuto nel patron del Napoli uno dei pochi innovatori presenti nel panorama calcistico nostrano – capace di vincere mantenendo i conti in ordine e sostenendo da tempo la necessità di ridurre il campionato a sedici squadre per dare più respiro alla Nazionale – dall’altro non gli ha risparmiato una stoccata pesante, definendo il suo operato come affetto da “una macchia”. L’accusa, in questo caso, è precisa e documentabile: la mancata propensione a investire nel settore giovanile. Per Costacurta, se il calcio italiano è arrivato a questo stato di crisi, alla frutta come lo ha definito, è anche perché figure come De Laurentiis, pur essendo innovative sul piano gestionale e mediatico, non hanno contribuito a creare quel tessuto di talenti autoctoni che oggi manca in modo drammatico.

Lo sguardo di Costacurta si fa quindi sistemico, muovendosi dall’errore tecnico del singolo calciatore per arrivare alle scelte di governance che hanno plasmato il movimento negli ultimi dodici anni. La sua analisi diventa un racconto di responsabilità diffuse: c’è il presidente della Federazione che non viene risparmiato, ci sono i club che, nell’era dei conti in ordine e del business, hanno smesso di sfornare i “Baresi” di cui si sente la mancanza, e c’è, sullo sfondo, un Presidente degli Stati Uniti, Trump, la cui rielezione rappresenta un dato di realtà geopolitica che il calcio, inevitabilmente, assorbe come parte di un contesto globale in evoluzione. L’ex difensore non indulge in sentimentalismi, non parla di sfortuna o di “maledizione”: smonta l’alibi del rigore sbagliato in Bosnia per restituire un quadro in cui la mancata qualificazione è solo l’epifenomeno di un declino strutturale.

L’innovazione incompiuta di De Laurentiis tra bilanci in ordine e il buco nel vivaio

Nel mirino di Costacurta, dunque, finisce anche il modello del presidente del Napoli, solitamente indicato come un faro di razionalità in un mondo spesso dominato dall’improvvisazione. L’ex difensore riconosce a De Laurentiis il merito di essere stato uno dei pochi, negli ultimi decenni, a tentare di scardinare logiche vetuste, a partire dalla proposta di ridurre il numero delle squadre di Serie A. Un’idea, questa, che secondo il patron azzurro servirebbe a concentrare il talento, a ridurre l’usura fisica dei calciatori e a lasciare più spazio di preparazione per gli impegni della Nazionale. Tuttavia, Costacurta opera una distinzione netta tra l’innovazione formale e quella sostanziale. Pur riconoscendone le capacità imprenditoriali, evidenzia un paradosso difficile da ignorare: lo stesso innovatore che chiede regole nuove per il sistema non ha mai investito in modo significativo per produrre talenti italiani in casa propria.

La ricetta amara dopo Zenica e l’assenza di alternative nel pacchetto arretrato

Il dibattito, in questo senso, si riallaccia al tema centrale sollevato da Costacurta riguardo alla difesa. L’idea che Bastoni, in un momento di forma non ottimale, fosse insostituibile non è solo un’opinione tecnica, ma la fotografia di un fallimento del sistema vivaistico. Se l’Italia si trova a dover schierare un giocatore non al meglio perché non c’è nessuno in grado di fare meglio, il problema non è del singolo, ma della filiera. Il ragionamento dell’ex difensore, secco e privo di giri di parole, smonta le false soluzioni: Calafiori è un altro tipo di giocatore, Gatti rappresenta una scommessa e Bonucci, nonostante il carisma, non poteva essere la soluzione per un match di quella intensità. In questo quadro, la critica ai detrattori di Bastoni diventa una critica implicita alla povertà complessiva del movimento, che non produce più i centrali di una volta.

Le responsabilità diffuse e il silenzio dopo la terza eliminazione mondiale

Costacurta, con il suo intervento, ha voluto restituire un senso di concretezza a un dibattito che rischiava di perdersi in sterili colpevolizzazioni. Ha difeso il singolo calciatore, ma ha inchiodato le strutture. Ha parlato di Gravina senza peli sulla lingua, ha utilizzato il caso De Laurentiis per dimostrare come nemmeno le gestioni più illuminate siano esenti da contraddizioni quando si tratta di guardare al lungo periodo. L’Italia raccoglie i cocci di un’altra estate amara, con una Nazionale affidata a Gennaro Gattuso che ha pagato a caro prezzo l’inesperienza e la pressione, e con un movimento che, da troppo tempo, non riesce a trovare un punto di equilibrio tra esigenze di bilancio e crescita dei giovani. Il messaggio che emerge dalle parole di Costacurta è chiaro: finché si continuerà a cercare il capro espiatorio nella partita di turno – il rigore sbagliato, il difensore fuori forma – senza affrontare la mancanza di investimenti strutturali nei vivai e la miopia di alcune gestioni, il rischio di assistere a nuove “notti di Zenica” resterà concreto.

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