Costacurta striglia la critica: "Bastoni non si tocca. Gatti? Calafiori? E poi, la colpa non è solo sua"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dopo l’ennesima notte fonda che ha consegnato la Nazionale italiana all’ennesima eliminazione mondiale, i riflettori si accendono roventi sui protagonisti in campo e fuori. Mentre la Federazione raccoglie i cocci di una qualificazione sfumata ai rigori contro la Bosnia, il dibattito si è concentrato anche su scelte tecniche e singoli interpreti. In questo clima da processo mediatico, a prendere posizione con la consueta schiettezza è stato Alessandro Costacurta, ex difensore dal palmarès ricco e oggi opinionista, che ha voluto mettere un punto fermo sulla questione che più di altre ha diviso gli appassionati: il ruolo e la prestazione di Alessandro Bastoni.

Una difesa a oltranza per il centrale dell’Inter

Intervenuto ai microfoni di Sky Sport, Costacurta non ha usato giri di parole per difendere il giocatore nerazzurro, finito nel mirino delle critiche per l’espulsione rimediata nel corso del match decisivo. “Mi fanno ridere quelli che criticano Bastoni,” ha esordito l’ex Milan, utilizzando un tono che non lasciava spazio a fraintesi. La provocazione lanciata dai detrattori, secondo cui il difensore non sarebbe adatto a giocare da centrale nella linea a quattro, è stata liquidata con una serie di domande retoriche che smontavano pezzo per pezzo l’argomentazione avversaria. “Eh ma chi metti al suo posto? Richiami Baresi?” ha chiesto Costacurta, ricordando come in panchina fosse seduto un Bonucci – ormai avanti con l’età – ma anche come le alternative concrete siano ben poche. E ancora, con una puntualizzazione che mirava a smontare le facili soluzioni estemporanee: “Gatti è meglio di Bastoni? Da ultimo uomo è meglio Calafiori? Io non credo”.

L’analisi del campione del mondo del 2006 si è poi spostata sul piano della contingenza, per provare a ricostruire la dinamica di quanto accaduto senza limitarsi alla semplice lettura dell’errore individuale. Costacurta ha infatti suggerito come Bastoni potesse non essere al meglio delle condizioni fisiche – “probabilmente non stava bene” – e ha sottolineato come la leggerezza contestata al numero 21 andrebbe contestualizzata in un quadro più ampio di responsabilità collettive. Sull’episodio dell’espulsione, il giudizio è stato chiaro: “Mancini deve aspettarsi il colpo di testa e deve partire prima. Non puntiamo il dito solo su Bastoni”. Una frecciata che ridimensiona la narrazione dell’errore fatale, chiamando in causa anche il comportamento della linea difensiva e la lettura dell’azione.

De Laurentiis e la ricetta della rivoluzione

Se Costacurta ha speso parole per difendere l’attuale patrimonio tecnico, in parallelo si è levata forte la voce di chi chiede un cambiamento strutturale. Aurelio De Laurentiis, presidente del Napoli, ha ripreso il suo cavallo di battaglia nel giorno dopo la débâcle, tornando a battere il tasto della riduzione del campionato. In un intervento che trasuda la frustrazione di chi dice di aver previsto il disastro, il patron azzurro ha riproposto con forza la ricetta già caldeggiata in passato: Serie A a sedici squadre, abolizione delle Supercoppe giocate in contesti lontani come l’Arabia Saudita e, conseguentemente, più tempo da dedicare al lavoro della Nazionale. “Bisogna resettare senza avere paura e vergogna di ripartire da zero,” ha dichiarato De Laurentiis, rincarando la dose su un concetto che, a suo dire, troverebbe solo un’opposizione di facciata da parte di chi, in realtà, preferisce vivacchiare piuttosto che affrontare la sostanza dei problemi.

Non è mancata, tuttavia, una nota critica sul metodo di chi, come il produttore cinematografico, ha portato il Napoli allo scudetto con una gestione economica virtuosa ma che, secondo un’analisi più approfondita, presenta un punto di domanda non trascurabile. Il riferimento va al vivaio. Se è innegabile il merito di aver creato un modello imprenditoriale vincente – fatto di conti in ordine e indipendenza dal mercato dei procuratori – dall’altra parte della bilancia pesa la scarsa produzione di talenti italiani dal settore giovanile del club partenopeo. Un’anomalia, questa, che in un momento in cui il calcio nazionale cerca disperatamente nuovi interpreti, solleva interrogativi su come anche i grandi club possano contribuire al serbatoio della Nazionale, senza demandare solo allo stato di forma dei singoli o alle intuizioni di mercato.

La questione dei numeri e il peso della pressione

Lo stesso Costacurta, del resto, aveva già messo il dito nella piaga di un problema strutturale che va ben oltre la singola partita di Zenica, usando i numeri come arma dialettica. La riflessione dell’ex difensore partiva da un dato spietato: nelle prime quattro della classe in Serie A, guardando le ultime giornate di campionato, c’erano appena sei calciatori italiani titolari su quarantaquattro disponibili. Un’evidenza che fotografa senza possibilità di appello la crisi di competitività dei calciatori locali, troppo spesso riserve o gregari nelle proprie squadre. Questa situazione, ha spiegato Costacurta, non fa altro che amplificare la pressione su chi invece viene schierato: “Per cultura sportiva, li vorremmo o tutti beati e santi o li metteremmo legati in mezzo alla strada”. Un meccanismo perverso, a suo avviso, che grava in particolare su figure delicate come quella del capitano Donnarumma, reo a suo dire di sprecare energie nervose per mostrare una personalità che, in certi contesti, rischia di non fare il bene del gruppo.

Le dichiarazioni dei giorni successivi all’eliminazione delineano quindi uno spaccato complesso. Da una parte c’è chi, come Costacurta, difende i singoli dall’accusa di essere il problema principale, spostando l’attenzione sulle responsabilità collettive e su una certa pressione tossica che circonda il mondo azzurro. Dall’altra, figure istituzionali come De Laurentiis propongono una rivoluzione copernicana delle regole del campionato, auspicando un cambio di passo che richiederebbe coraggio e capacità di rinuncia da parte di tutti gli attori in campo. Tra le due posizioni, separate ma complementari, emerge un filo conduttore: il calcio italiano non soffre solo di un momento negativo, ma di una stagnazione che rischia di rendere cronici i flop, se non si interverrà con decisione su calendari, format e, soprattutto, sul modo di intendere la preparazione e la selezione dei calciatori.

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Costacurta difende Bastoni dopo l’eliminazione mondiale, attacca le critiche facili. De Laurentiis torna a chiedere la Serie A a 16 squadre per ripartire.

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