Gaza, la tregua che non esiste: sotto i bombardamenti altri morti, mentre si pianifica l'offensiva di marzo
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Redazione Esteri
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La tregua a Gaza, un termine ormai svuotato di significato, resta formalmente in vigore ma sul terreno la guerra prosegue. Nelle ultime ventiquattr'ore, gli ospedali della Striscia hanno ricevuto i corpi di due palestinesi uccisi proprio durante questo periodo di presunto cessate il fuoco, ai quali si aggiungono quelli di altre cinque persone decedute in precedenza. A fornire il bilancio è il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, il quale non ha specificato né i luoghi esatti degli attacchi né l'identità completa delle vittime. Una dinamica, questa, che dipinge uno scenario fosco, dove le ostilità, seppur a intensità variabile, non si sono mai realmente interrotte, continuando a mietere vittime in un contesto già stremato da mesi di conflitto.
L'accusa di Hamas a Washington e i piani per una nuova offensiva
In questa fase, Hamas alza il livello dello scontro politico, puntando il dito direttamente verso Washington. Bassem Naim, esponente dell'ufficio politico del movimento, ha infatti dichiarato che i continui attacchi israeliani “non possono avvenire senza copertura americana”. Un’affermazione, questa, costruita per parlare a due diverse platee: da un lato, alla piazza palestinese, a cui si offre una spiegazione lineare sulle responsabilità delle morti sotto le bombe; dall'altro, alla diplomazia internazionale, a cui si invia un messaggio più sottile circa il ruolo di chi, sponsorizzando un accordo, non ne garantisce poi il rispetto. Mentre le accuse volano, fonti militari israeliane hanno elaborato piani per lanciare una nuova, massiccia offensiva a Gaza già a marzo, con un'operazione mirata verso Gaza City che avrebbe l'obiettivo di spostare la linea del fronte verso la costa.
Il bilancio crescente e i paralleli siriani
Intanto, il conteggio dei morti continua a salire: droni israeliani hanno ucciso altre tre persone, portando il totale delle vittime palestinesi, secondo le fonti locali, a superare le 71.400 unità. Un numero tragico che descrive, da solo, l'entità di una distruzione che pare non trovare alcun argine. Parallelamente, altri scenari di conflitto mediorientale mostrano dinamiche di tensione simili, sebbene in contesti diversi. Ad Aleppo, in Siria, dopo giorni di scontri mortali nei quartieri a maggioranza curda di Sheikh Maqsoud, le forze curde si sono ritirate, permettendo ai primi soccorritori di accedere all'area. Gli scontri erano scoppiati dopo il fallimento dei negoziati per integrare le Forze Democratiche Siriane nell'esercito nazionale, un dettaglio che sottolinea come la complessità degli equilibri regionali spesso si risolva in violenza sui civili.
Una situazione in stallo, tra diplomazia e preparativi bellici
La situazione a Gaza rimane quindi in una pericolosa stasi, sospesa tra una tregua solo nominale e la minaccia concreta di un'escalation imminente. I piani israeliani per un'offensiva di marzo, che mirerebbe a riconfigurare il teatro delle operazioni, suggeriscono una volontà di portare a termine obiettivi militari che la fase attuale di combattimenti a bassa intensità non ha soddisfatto. Nel frattempo, la vita nella Striscia, già segnata da una crisi umanitaria profonda, viene ulteriormente logorata da episodi di violenza quotidiana che le pause diplomatiche non riescono a fermare. Gli sviluppi sul campo, dunque, sembrano seguire una logoria autonoma, distinta dalle trattative che pure si tentano a livello internazionale.




