Il caso Diaco e la deriva dell’odio social: insulti omofobi e minacce per un sì al referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il conduttore Rai Pierluigi Diaco, volto noto del programma “Bellamà” in onda su Rai 2, si è ritrovato al centro di una bufera mediatica e, quel che è peggio, destinatario di una valanga di messaggi violenti e minacce sui social network. Il motivo, se così si può chiamare, risiede nella sua dichiarazione pubblica di voto in vista del referendum sulla giustizia, un’intervista rilasciata in esclusiva all’Adnkronos in cui annunciava senza giri di parole la sua intenzione di votare sì. Una scelta legittima, propria di un cittadino che esercita un diritto costituzionale, e che invece è stata interpretata da una parte del web come un casus belli, scatenando una reazione spropositata e carica di livore.

Le parole usate contro di lui, e che in queste ore rimbalzano da un profilo social all’altro, non lasciano spazio a interpretazioni sulla loro violenza. Si passa dall’essere tacciato come “servo” o “leccaculo” – termini che riecheggiano la sua stessa riflessione critica sulla narrazione pubblica che circonda il voto – fino ad auguri e commenti di una volgarità inaudita, che spesso e volentieri scivolano nel personale e nell’intimidatorio. “Sempre stato una merda”, “ridicolo”, “imbarazzante”, “pavido”, e ancora accuse pesantissime come quella di fare da “aiutante dei corrotti, corruttori e malavitosi”. Il culmine, però, si raggiunge quando l’offesa incrocia l’orientamento sessuale del conduttore, in un mix tossico di intolleranza politica e omofobia: espressioni come “gay fascista” o peggio rappresentano un preoccupante ritorno a un linguaggio d’odio che nulla ha a che fare con il dissenso civile.

A questa deriva verbale non è mancata una pronta reazione istituzionale. Il Consiglio di Amministrazione della Rai, riunitosi nei giorni successivi allo scoppio del caso, ha voluto esprimere in una nota ufficiale la sua “piena e convinta solidarietà” a Diaco, condannando senza appello quella che è stata definita una “inaccettabile e volgare campagna di aggressione verbale”. Un gesto dovuto, si potrebbe dire, ma che assume un significato importante perché arriva dall’organo di governo dell’azienda per cui il conduttore lavora, un segnale chiaro contro chi cerca di zittire con la violenza delle parole la libertà di pensiero. Il Cda ha tenuto a sottolineare come Diaco abbia manifestato la propria opinione “con misura e correttezza”, un aspetto non secondario in un dibattito pubblico che spesso degenera proprio per i toni utilizzati.

La solidarietà del mondo politico e lo sfogo di Cerno

Dalle dichiarazioni di solidarietà della Rai a quelle del mondo politico il passo è stato breve, con esponenti di diverse forze che sono intervenuti per stigmatizzare quanto accaduto. Figure di spicco del centrodestra, come Antonio Tajani e Maurizio Gasparri, hanno speso parole di vicinanza a Diaco, denunciando la deriva di chi non accetta il confronto e ricorre all’insulto omofobo. Al netto delle strumentalizzazioni politiche che sempre accompagnano questi episodi, il coro di condanna è stato ampio e trasversale nel riconoscere la gravità di attacchi che mescolano il dissenso politico all’aggressione personale. Lo stesso Diaco, contattato dall’Adnkronos, ha scelto la linea del basso profilo, dichiarando di non voler commentare i social e ribadendo di aver semplicemente detto la sua “con educazione”, quasi a voler sottolineare il paradosso di dover subire tanta violenza per aver esercitato un diritto con garbo.

Parallelamente agli insulti subiti da Diaco, la vicenda si è intrecciata con quella di un altro giornalista, Tommaso Cerno, che proprio a “Bellamà” aveva avuto un ruolo. Nella puntata del 10 marzo, Cerno si era esibito in una performance canora, interpretando “Per sempre sì”, la canzone vincitrice di Sanremo. Un gesto puramente artistico, secondo la sua versione, ma che in piena campagna referendaria è stato letto da alcuni come un ulteriore endorsement al sì, scatenando anche contro di lui una raffica di insulti a sfondo omofobo. Cerno, durante la sua successiva apparizione nella striscia “2 di picche”, ha voluto denunciare pubblicamente quei commenti, leggendone alcuni in diretta e lanciando una stoccata a certi attivisti per i diritti civili: “Non sento tutti questi grandi attivisti dei diritti con le bandiere arcobaleno difendere due omosessuali, Diaco e Cerno, attaccati perché cantano una canzone”. Una provocazione, la sua, che mette il dito nella piaga di un dibattito dove l’identità sessuale di una persona, se associata a un’opinione politica non allineata, diventa un facile bersaglio per chi professa tolleranza solo a senso unico.

Fiorello e l’analisi sul “testimonial” e il “lacchè”

In questo clima rovente, c’è stato anche chi ha voluto offrire una lettura più ironica, seppur condivisibile, della vicenda. Rosario Fiorello, durante la sua trasmissione radiofonica “La Pennicanza” su Radio2, ha ripreso le parole dello stesso Diaco per commentare la piega che stava prendendo il dibattito. Diaco, nell’intervista all’Adnkronos, aveva utilizzato una metafora efficace per descrivere lo squilibrio di trattamento riservato a chi si esprime pubblicamente sul referendum: “In Italia se voti no diventi un testimonial, se voti sì sei un lacchè”. Una fotografia amara di come chi dichiara di votare no venga spesso celebrato come salvatore della patria, mentre chi opta per il sì venga liquidato come un servo o un accondiscendente. Fiorello, con la sua consueta verve, ha commentato: “Con Diaco abbiamo trovato uno che si schiera per il Sì al Referendum. Ha detto che… Non c’ha tutti i torti secondo me, secondo me eh”.

Una presa di posizione, quella di Fiorello, che ha riacceso i riflettori sulla libertà di espressione nel mondo dello spettacolo e del giornalismo italiano. Diaco, del resto, aveva previsto le conseguenze del suo outing referendario, dichiarando di pagare volentieri il prezzo di essere liquidato come “l’amico di” o “il servo di”, pur di non sottostare a una narrazione che trova ridicola e insopportabile. Un prezzo che, nei fatti, si è rivelato essere una valanga di insulti, minacce e omofobia, dimostrando quanto certi meccanismi siano radicati e quanto il dibattito pubblico fatichi a mantenersi su un piano di rispetto reciproco. Il caso Diaco, al di là del merito del voto, è diventato così il simbolo di una deriva comunicativa che trasforma il dissenso in aggressione e la diversità di opinione, quando incrocia altre diversità, in un bersaglio da colpire senza esclusione di colpi.

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