La Tirreno-Adriatico si riaccende con Valgren e Del Toro, due generazioni a braccetto sul muro di Mombaroccio
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Redazione Sport
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La quinta tappa della Tirreno-Adriatico, quella che da Marotta-Mondolfo saliva e scendeva per centottantaquattro chilometri fino al traguardo di Mombaroccio, ha regalato uno di quei pomeriggi di ciclismo che difficilmente si dimenticano, e lo ha fatto intrecciando due storie apparentemente distanti ma legate dallo stesso filo rosso della fatica e della redenzione. Da una parte c'è Michael Valgren, il trentaquattrenne danese della EF Education-EasyPost che non vinceva da milleseicentotrentanove giorni, dall'altra Isaac Del Toro, undici anni meno di lui e una fame di classifica che lo ha portato a riprendersi quella Maglia Azzurra che aveva dovuto cedere solo ventiquattr'ore prima a Giulio Pellizzari. La frazione dei muri marchigiani, con i suoi tremila e novecento metri di dislivello e le pendenze che toccano vette proibitive, ha mantenuto tutte le promesse, trasformandosi in un palcoscenico dove la tattica e il coraggio si sono dati appuntamento.
La fuga che ha animato la giornata partiva da lontano, quasi subito dopo il via, e contava nomi di assoluto rispetto come Julian Alaphilippe, che con la sua Tudor provava a dare un senso alla corsa, e lo stesso Valgren, intorno al quale si sono stretti Edward Planckaert, Joan Bou, Jack Haig, Georg Zimmermann e Sjoerd Bax, con Martin Marcellusi e altri a tentare invano il ricongiungimento. Il gruppo dei big, inizialmente, concedeva spazio, ma quando la strada ha cominciato a mordere sul Monte delle Cesane e poi sulle rampe del Santuario di Beato Sante, la musica è cambiata. Alaphilippe ci ha provato, come suo solito, a fare la differenza con uno scatto secco, ma il danese, forse memore di quel terribile incidente del duemilaventidue che gli aveva fratturato il bacino e lussato l'anca rischiando di mettere fine a tutto, non lo ha mollato, anzi, lo ha staccato a pochi chilometri dall'arrivo, rimanendo da solo a inseguire un sogno che sembrava sepolto.
Dietro, intanto, il copione si scriveva con la penna dei grandi. La Red Bull-Bora di Pellizzari, che sulle strade di casa sperava di amministrare il vantaggio, si è trovata a dover fare i conti con la durezza della corsa e con la determinazione di un giovane messicano che non ci sta a fare la comparsa. Isaac Del Toro, con la sua UAE Emirates, ha piazzato due accelerazioni tremende sull'ultima asperità, e lì il marchigiano, probabilmente pagando lo sforzo dei giorni precedenti e la pressione di correre davanti al suo pubblico, ha mostrato i primi, inequivocabili segni di cedimento, perdendo contatto insieme ad altri. Solo Matteo Jorgenson, lo statunitense della Visma, ha provato a tenere la scia del messicano, ma senza riuscire a superarlo, chiudendo poi terzo a undici secondi esattamente come Del Toro, che però grazie agli abbuoni e al piazzamento si è ripreso la vetta della generale con ventitré lunghezze proprio su Pellizzari, giunto solo sesto a trenta secondi dal vincitore e con l'amaro in bocca per una giornata storta capitata nel momento meno opportuno.
La resistenza del danese e l’arrembaggio del messicano
La cronaca dell'ultima mezz'ora di corsa è stata un susseguirsi di emozioni forti, con Valgren che lassù, in testa, guardava l'asfalto e spingeva sui pedali come se non ci fosse un domani, consapevole che il gruppo stava rosicchiando secondo su secondo. La sua azione, partita in mattinata e coltivata con intelligenza, ha retto fino all'ultimo centimetro, nonostante il forcing della UAE e poi di Primoz Roglic, che per la Bora ha provato a mettersi al servizio del proprio capitano o forse a giocarsi una carta personale vedendo Pellizzari in difficoltà. Il danese, che nel duemiladiciotto aveva vinto l'Amstel Gold e sembrava destinato a un futuro da protagonista, prima dello schianto, è riuscito a mantenere quei fatidici undici secondi di vantaggio sulla linea bianca del traguardo, regalando alla sua squadra e a sé stesso un successo che sa di rivincita personale e professionale, lui che è tornato in sella dopo diciotto mesi di riabilitazione e ora dedica questo trionfo al figlio nato appena un mese fa.
Dietro di lui, invece, si consumava la battaglia per la classifica, e Del Toro, con quel secondo posto di giornata, ha dimostrato di avere gambe e testa per gestire la pressione. Il suo ritorno in Maglia Azzurra, strappata a un Pellizzari apparso in affanno proprio sulle rampe che avrebbero dovuto esaltarne le caratteristiche, rilancia la Tirreno-Adriatico verso le ultime, decisive frazioni. Jorgenson, con quel podio, consolida la sua terza piazza a trentaquattro secondi, mentre Roglic, quarto, lima qualche secondo ma sembra ancora non avere la brillantezza per impensierire i primissimi. Più staccati, ma sempre in corsa per un piazzamento di lusso, Ciccone, Johannessen e gli altri, in una classifica che adesso vede il messicano dell'UAE comandare con autorità, ma con l'ombra lunga di una sesta tappa, quella di domani con arrivo a Camerino, che potrebbe rimescolare nuovamente le carte con i suoi muri proibitivi e la sua durezza complessiva.




