Il destino della cannabis light passa dalla Consulta: incostituzionale il bando del decreto sicurezza?
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Redazione Interno
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La Corte costituzionale è chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell'articolo 18 del cosiddetto decreto sicurezza, quella norma che, come un rullo compressore, ha di fatto cancellato l'intera filiera legale della canapa light. La questione, di notevole spessore giuridico e dalle ampie ricadute economiche, è stata sollevata da un giudice per le indagini preliminari del tribunale di Brindisi, in un procedimento che vede coinvolta un'azienda della quale erano state sequestrate intere tonnellate di materiale, già destinato alla distruzione su ordine della procura. Il cuore del contendere è proprio la formulazione dell'articolo, la cui portata proibitiva appare tanto ampia da suscitare dubbi di compatibilità con i principi costituzionali: esso vieta, infatti, in modo tassativo, una serie pressoché totale di attività commerciali e operative legate alle infiorescenze, dalla loro importazione fino alla vendita al dettaglio e al consumo, includendo anche i prodotti da esse derivati.
Una norma che ha stravolto un settore
Approdata in Gazzetta Ufficiale lo scorso aprile, quella disposizione legislativa ha prodotto l'effetto immediato di gettare nel caos un comparto che, fino a quel momento, si era sviluppato in un quadro normativo incerto ma tollerato. Negli anni passati, infatti, i cosiddetti cannabis shop avevano proliferato in molte città italiane, basando la loro attività su una interpretazione della legge che consentiva la commercializzazione di varietà di cannabis sativa con tenore di Thc entro limiti ben precisi. Con l'introduzione del divieto assoluto sulle infiorescenze, indipendentemente dal loro effetto psicotropo, l'intero impianto è stato bruscamente smantellato, lasciando senza risposta legale quanti avevano investito in quel settore e aprendo la strada a una serie di sequestri e procedimenti giudiziari, come quello pugliese che ha portato al rinvio agli alti giudici.
Il paradosso politico e la proposta di monopolio
La vicenda assume contorni paradossali se si considera che, dalla stessa maggioranza che sostenne quel provvedimento – il cui relatore in Parlamento sottolineò con fermezza come “non si possa vendere droga come caramelle” – è recentemente emersa una proposta diametralmente opposta. Un esponente di spicco di Fratelli d'Italia ha infatti avanzato l'ipotesi di istituire un monopolio di Stato sulla vendita dei prodotti a base di cannabis light, una mossa che, di fatto, smantellerebbe proprio quell'articolo 18 aprendo a una regolamentazione di tipo fiscale e commerciale. Tale disegno, stando alle cronache, ha superato un primo esame a palazzo Chigi, configurando uno scenario in cui la legge attualmente sotto esame della Corte potrebbe essere non solo dichiarata illegittima, ma anche sostituita da un modello completamente diverso, gestito direttamente dallo Stato.
Le conseguenze dell'attesa sentenza
L'attesa della decisione della Consulta tiene quindi in sospeso non solo il destino di numerose aziende e di altrettanti procedimenti penali in corso, ma anche l'assetto futuro di una regolamentazione che appare sempre più complessa e controversa. La sentenza, qualunque essa sia, avrà il peso di definire i confini costituzionali dell'intervento legislativo in un campo, come quello della canapa a basso contenuto di principio attivo, che si colloca in una zona grigia tra la libera iniziativa economica, le politiche sulla sicurezza e la tutela della salute pubblica. La pronuncia segnerà una tappa fondamentale, chiarendo se il legislatore, nell'intento di reprimere qualsiasi rischio di elusione della normativa sulle sostanze stupefacenti, sia andato oltre i limiti imposti dalla Carta, sacrificando senza adeguata motivazione un intero settore economico legale.




