Malattie infiammatorie croniche intestinali, dalla Camera un riconoscimento per gli Spedali Civili di Brescia
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Redazione Salute
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L’Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati ha fatto da cornice, giovedì 12 marzo 2026, a un’iniziativa intitolata “Una storia di passi avanti”, promossa nell’ambito della campagna “Colite Ulcerosa, Io Esco”, e in quell’occasione è arrivato un riconoscimento significativo per l’ASST Spedali Civili di Brescia. Il premio, che vuole essere una menzione d’onore, è stato ritirato dai rappresentanti di un percorso organizzativo che, come è stato sottolineato dagli stessi professionisti, “è fondato sull’esperienza clinica e sulla dedizione di un team interdisciplinare”, e l’onorificenza, secondo quanto riferito, è stata percepita come un tributo all’impegno di tutti coloro che, a vario Titolo, operano all’interno della struttura bresciana. L’evento romano, che ha visto la partecipazione di esperti e rappresentanti delle associazioni, ha rappresentato un momento di confronto cruciale, ospitato dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il quale ha sottolineato come iniziative del genere siano fondamentali per portare all’attenzione delle istituzioni i bisogni reali di chi convive quotidianamente con queste patologie complesse.
Il disagio psicologico dei pazienti e il vuoto di supporto emotivo
Nel corso della giornata sono stati presentati i dati dell’indagine nazionale “SUNRISE”, condotta su un campione di oltre duemila persone affette da Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (IBD), che includono sia la colite ulcerosa che la malattia di Crohn. Dall’analisi emerge un dato che gli esperti hanno definito allarmante: la quasi totalità dei pazienti, il 97 per cento per l’esattezza, esprimerebbe il desiderio di ricevere un supporto psicologico già al momento della diagnosi, e il 60 per cento lo richiederebbe anche durante il ricovero e nella fase successiva alle dimissioni. Eppure, nonostante questa richiesta così marcata, due pazienti su tre dichiarano di non aver mai beneficiato di alcun tipo di sostegno emotivo strutturato. Un paziente su due, inoltre, manifesta una forma di disagio psicologico che si lega indissolubilmente alla propria condizione fisica, accompagnato da forti preoccupazioni per il proprio stato di salute, un elemento che incide profondamente sulla qualità della vita e sulla gestione stessa della patologia.
L’impatto sociale ed economico delle patologie infiammatorie croniche
Le ricadute di queste malattie, come è emerso dagli interventi e dalle testimonianze raccolte durante l’incontro, non si esauriscono nella sfera strettamente clinica. Salvo Leone, direttore generale di Amici Ets, intervenendo nel corso di un talk dedicato, ha evidenziato come chi convive con queste patologie spesso viva un disagio che tende a rimanere nascosto, un malessere che non viene raccontato e che finisce per gravare sull’intero nucleo familiare e non soltanto sul singolo individuo. Il supporto, ha argomentato Leone, non dovrebbe essere considerato un elemento complementare all’assistenza, ma dovrebbe assurgere a rango di componente primaria e imprescindibile del percorso terapeutico, proprio per scongiurare il rischio di una presa in carico parziale che lascia scoperti interi fronti del benessere della persona. A ciò si aggiunge l’aspetto economico: i pazienti, tra costi vivi per le cure, perdita di produttività lavorativa e necessità di accompagnamento da parte di familiari, arrivano a sostenere una spesa media annua che lievita sensibilmente, trasformandosi in un onere sociale non indifferente che andrebbe conteggiato nel costo complessivo della malattia per la collettività.
La necessità di percorsi multidisciplinari e il ruolo delle Ibd Unit
La complessità del quadro clinico delle IBD, che spesso si presentano aggravate da problematiche extra-intestinali a livello articolare, cutaneo o nutrizionale, impone un ripensamento degli attuali modelli assistenziali. Gli specialisti intervenuti, tra cui Edoardo Vincenzo Savarino dell’Università di Padova e Alessandro Armuzzi di Humanitas, hanno concordato sulla necessità di superare una visione troppo parcellizzata della cura per abbracciare un approccio che sia autenticamente multidisciplinare. Non basta stadiare la malattia a livello oggettivo, ma occorre occuparsi della persona nella sua interezza, integrando le competenze del gastroenterologo con quelle del nutrizionista, del chirurgo, del radiologo e, non ultimo, dello psicologo. È in questo quadro che si inserisce la proposta di rafforzare formalmente il ruolo delle Ibd Unit, definendo standard minimi organizzativi e tecnologici che possano garantire su tutto il territorio nazionale una presa in carico omogenea e realmente personalizzata, capace di intercettare precocemente i bisogni insoddisfatti e di monitorare costantemente l’andamento della malattia e l’aderenza alle terapie.




