Hannoun, il caso HuffPost e la complessa geografia del "terrorismo"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La lettura di opinioni distanti dalle proprie, come quelle di Mattia Feltri, costituisce un esercizio intellettuale necessario, poiché costringe a confrontarsi con argomenti che spesso mettono il lettore con le spalle al muro. Da quella posizione, infatti, si può solo reagire, riflettere o rivedere le proprie convinzioni. È in questo spazio di frizione che si colloca la questione sollevata da Casarini nella sua lettera all'HuffPost, la quale critica la testata per avere definito Hannoun e il suo gruppo come "noi, Gaza", in un implicito, e secondo l'autore errato, accostamento alla causa di Hamas. La questione, che trascende il singolo episodio giornalistico, tocca il cuore di un problema annoso: cosa si intende, oggi, con il termine "terrorista", definizione che nel diritto internazionale non è affatto scontata né universalmente condivisa, come dimostrano casi di cronaca internazionale che ne evidenziano la labilità.

Il caso esemplare di al Jolani e le definizioni che mutano

La volubilità delle classificazioni politiche trova un esempio lampante nella figura di Abu Mohammad al Jolani, per anni uno dei nomi più ricercati dall'FBI e oggi noto come Ahmad al Sharaa, ricevuto con tutti gli onori alla Casa Bianca dal presidente Donald Trump. Tale riabilitazione diplomatica, che ha dell'incredibile, non è un caso isolato: il Regno Unito, come riportato da Reuters, ha recentemente rimosso Hayat Tahrir al Sham dalla lista delle organizzazioni proibite, sulla base di una precisa logica politica. Questi fatti, che potrebbero sembrare paradossali, illustrano come le etichette applicate ai gruppi armati siano spesso funzionali a dinamiche e alleanze geopolitiche in continua evoluzione, più che a una classificazione giuridica immutabile.

Hamas nel diritto internazionale: l'organizzazione e i suoi atti

Alla luce di questa premessa, appare ancor più cruciale interrogarsi sulla correttezza della definizione di Hamas come organizzazione terroristica in senso assoluto. Nel diritto internazionale, infatti, non esiste una classificazione univoca che ascriva l'intero gruppo in quella categoria. Ciò che viene considerato sono i singoli atti, i quali, in virtù di strumenti come la Risoluzione ONU 1269 del 1999, possono essere giudicati terroristici qualora colpiscano deliberatamente obiettivi civili. Hamas, d'altro canto, rappresenta una realtà complessa: un vero e proprio apparato burocratico e di partito-Stato che, sul suolo di Gaza, gestisce e amministra decine di migliaia di funzionari, impiegati e collaboratori, garantendo la continuità di servizi sanitari, scolastici e sociali essenziali per la popolazione. Questa duplice natura – forza combattente ed ente di governo – costituisce l'eterna zona grigia del conflitto mediorientale, rendendo qualsiasi semplificazione giornalistica o politica potenzialmente fuorviante.

Le inchieste in Italia e la linea sottile del sostegno

Proprio in questa zona grigia si inseriscono le recenti inchieste della magistratura italiana sulla presunta rete di sostegno illegale a Hamas nel nostro paese. Pur prendendo le distanze, in attesa degli esiti giudiziari, dalle specifiche accuse, è indubbio che il tema sollevi una questione di fondo. Il sostegno politico e finanziario alla causa palestinese ha storicamente corso il rischio di intersecarsi, anche indirettamente, con il sostegno alle sue componenti armate. Questo accade a causa delle dinamiche che il conflitto ha assunto nel tempo e del coinvolgimento di una pletora di soggetti diversi – dalle reti informali alle potenze regionali – che orbitano attorno alla lotta palestinese. Districare questi fili, separando il legittimo sostegno umanitario e politico da quello che potrebbe sconfinare nell'illegalità, è compito arduo, che richiede rigore sia giudiziario che lessicale.

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