Embolia polmonare, una patologia grave e sommersa che allarga la forbice tra casi reali e diagnosi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Nonostante occupi, in termini di decessi, il terzo posto nel panorama delle patologie cardiovascolari dopo infarto e ictus, l’embolia polmonare continua a rappresentare un capitolo sanitario oscuro, caratterizzato da un divario preoccupante tra l’incidenza reale e la capacità di intercettazione del sistema. I dati, peraltro, parlano in modo piuttosto chiaro, delineando una situazione in cui la mancanza di percorsi uniformi e una consapevolezza non ancora diffusa contribuiscono a rendere la diagnosi una corsa contro il tempo non sempre vinta. Se si stima, infatti, che in Italia vi siano circa sessantottomila casi ogni anno, le ospedalizzazioni registrate si fermano a trentottomila: una differenza sostanziale, che gli esperti attribuiscono a un sommerso diagnostico fatto di pazienti non individuati, di codifiche amministrative inesatte o di episodi che si concludono purtroppo in modo fatale prima ancora di giungere all’attenzione dei medici.

Il peso della diagnosi tardiva e il gap nelle cure

La criticità della patologia, che insorge quando un embolo ostruisce una o più arterie polmonari, risiede proprio nella sua natura tempo-dipendente, dato che le condizioni del paziente possono deteriorarsi in poche ore, a volte senza lasciare spazio a interventi risolutivi. Il tasso di mortalità, che si aggira attorno al nove virgola due per cento, testimonia la gravità di una condizione che, qualora si presenti in forma massiva o in soggetti già fragili, può vedere questa percentuale salire fino a toccare il ventidue per cento. C’è poi un aspetto terapeutico che contribuisce a complicare il quadro, ovvero il netto divario tra i pazienti potenzialmente eleggibili per trattamenti percutanei mini-invasivi e quelli che effettivamente vi hanno accesso: su quattordicila candidati ideali, soltanto cinquecento, lo scorso anno, sono stati sottoposti a procedure interventistiche, lasciando intendere che vi siano margini di miglioramento considerevoli nell’organizzazione delle reti di cura.

Un impegno comune per colmare le disuguaglianze territoriali

Il confronto su questi temi, portato recentemente anche in sede parlamentare, ha fatto emergere la necessità di un lavoro corale volto a colmare le disparità che caratterizzano i diversi territori nazionali, i quali spesso offrono percorsi diagnostici e terapeutici non omogenei. La creazione di una maggiore consapevolezza, che coinvolga tanto le istituzioni quanto i clinici e la società civile, appare dunque un passo imprescindibile per iniziare a ridurre quella forbice tra casi attesi e casi gestiti, la quale non è soltanto un numero su un foglio di calcolo ma rappresenta, nella sua essenza più cruda, un insieme di vite umane. L’obiettivo, spesso ribadito, è quello di migliorare i percorsi assistenziali rendendoli più lineari e rapidi, affinché la tempestività, che per questa patologia è un fattore decisivo, non sia più lasciata al caso o alla fortuna.

I sintomi da riconoscere e l'importanza della codifica

Proprio la complessità diagnostica, che talvolta si scontra con una sintomatologia aspecifica e variabile – dalla mancanza di respiro al dolore toracico, dalla tosse fino alla presenza di tracce di sangue nell’espettorato –, rende fondamentale un innalzamento del livello di attenzione, anche da parte dei medici di medicina generale. È chiaro, d’altronde, che una parte del sommerso nasca proprio dalla difficoltà a riconoscere il quadro clinico, soprattutto nelle sue fasi iniziali o in pazienti con comorbidità. A questo si aggiunge la questione della codifica dei ricoveri, la cui accuratezza risulta essenziale per fotografare correttamente l’epidemiologia della malattia e, di conseguenza, per pianificare risorse e strategie adeguate a un problema di salute pubblica di questa portata, il cui impatto, benché ancora non del tutto quantificato, si rivela già oggi assai significativo.

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