Ricchezza in Italia, la forbice si allarga e i giovani professionisti restano indietro

Ricchezza in Italia, la forbice si allarga e i giovani professionisti restano indietro
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Gli ultimi dati disponibili dipingono un quadro economico e sociale in cui la forbice della ricchezza non accenna a richiudersi. Da un lato, la quota di patrimonio detenuta dalle fasce più abbienti della popolazione continua a crescere in modo esponenziale; dall’altro, gli italiani risultano mediamente più poveri rispetto a quindici anni fa, e le nuove generazioni di professionisti pagano il prezzo più salato di questo squilibrio.

Il rapporto "Generazioni a confronto tra demografia e redditi", presentato ieri a Roma dall'Osservatorio di Confprofessioni alla presenza della ministra del Lavoro Marina Calderone, ha fotografato con numeri alla mano un meccanismo del ricambio generazionale che, per usare le parole del presidente Marco Natali, «si è inceppato».

Una forbice che si allarga senza sosta

La concentrazione della ricchezza in Italia ha raggiunto livelli che iniziano a mettere in discussione i tradizionali equilibri sociali del Paese. Secondo il rapporto Oxfam "Disuguaglianza, la legge del più ricco", a metà del 2025 il 10 per cento più ricco delle famiglie italiane possedeva oltre otto volte la ricchezza della metà più povera dei nuclei familiari, un rapporto che nel 2010 era poco superiore a sei e che testimonia un'accelerazione delle disuguaglianze nell'ultimo quindicennio.

La dinamica appare ancora più drammatica se si considera che, dal dicembre 2010 al giugno 2025, la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro in termini nominali, ma circa il 91 per cento di questo增量 è finito nelle tasche del 5 per cento più ricco delle famiglie, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7 per cento.

Oggi il top 5 per cento dei nuclei familiari detiene quasi la metà della ricchezza nazionale (49,4 per cento) e possiede uno stock complessivo superiore di circa il 17 per cento rispetto a quello detenuto dal 90 per cento più povero.

Il peso delle eredità e il rischio di una società "ereditocratica"

A consolidare questo squilibrio contribuisce in modo determinante il crescente peso delle eredità sul totale dei patrimoni. Secondo le stime di Oxfam, nei prossimi dieci anni passeranno di mano almeno 2.500 miliardi di euro in un contesto caratterizzato da una tassazione molto blanda sulle ricchezze trasferite, una dinamica che rischia di consolidare un modello "ereditocratico", con effetti negativi sull'uguaglianza delle opportunità e sulla mobilità intergenerazionale.

L'analisi della First Cisl, che ha parlato di un "freno a mano tirato" sull'accumulazione di ricchezza, sottolinea come l'erosione del potere d'acquisto e l'inflazione abbiano prosciugato la capacità di risparmio del ceto medio, mentre i grandi patrimoni continuano a beneficiare delle rendite finanziarie.

Professioni che invecchiano e giovani che arrancano

Il rapporto di Confprofessioni ha messo in luce come lo squilibrio demografico si rifletta in modo drammatico sul mondo delle libere professioni. In cinquant'anni l'età mediana della popolazione è salita da 33 a 49 anni, i giovani sotto i 14 anni si sono dimezzati (dal 24 al 12 per cento) mentre gli over 65 sono più che raddoppiati (dal 12 al 25 per cento), portando l'Italia a diventare il secondo Paese più vecchio del mondo dopo il Giappone.

Nel comparto delle professioni, l'età mediana raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne, con un ricambio generazionale che si è praticamente inceppato: nel 2025 i lavoratori dipendenti under 35 rappresentano il 24 per cento del totale, mentre tra i liberi professionisti scendono al 16 per cento e tra gli altri indipendenti al 15 per cento.

Il crollo dei redditi giovanili in quarant'anni

Il dato più emblematico del divario generazionale riguarda però l'evoluzione dei redditi. Se nel 1987 i giovani tra i 25 e i 34 anni percepivano redditi pari al 97 per cento della media complessiva, nel 2022 sono scesi al 78 per cento: quasi 20 punti percentuali persi in 35 anni. Nel lavoro indipendente il crollo è stato ancora più netto: alla fine degli anni Ottanta i giovani autonomi guadagnavano il 20 per cento in più dei senior, mentre nel 2022 guadagnano il 16 per cento in meno.

Un capovolgimento di tendenza che racconta di una generazione che, come ha sottolineato la ministra Calderone, continua a privilegiare il modello dello studio individuale nonostante gli incentivi previsti dal decreto Coesione, con un miliardo di euro destinato alle professioni ordinistiche che viene utilizzato soprattutto attraverso i voucher a fondo perduto. «Lo fanno perché il loro modello resta quello dello studio monotitolare: un modello "micro" per problemi "macro"», ha commentato la ministra.

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