L’incidente allo stop, la carriera sul ring: la breve storia di Maechel Dantone, “El Cubano” della boxe milanese
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Redazione Interno
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Brucia il segnale di stop disegnato sull’asfalto, forse senza accorgersi dell’auto che sopraggiunge, forse sottovalutando la velocità di incrocio. Succede quasi all’alba di sabato, un orario in cui Milano solitamente rallenta, e invece per Maechel Dantone – diciannove anni compiuti a gennaio, soprannominato “Mike” da chi lo incrociava in palestra – il tempo si ferma in piazza Prealpi, davanti agli uffici della polizia stradale. Il suo scooter, un Honda Sh 125, viene centrato da una Citroën appartenente a una flotta di noleggio condiviso; l’urto lo scaraventa contro un’auto in sosta, e la violenza dell’impatto non lascia scampo. Trasportato d’urgenza al Niguarda, il ragazzo muore poco dopo per le ferite riportate, lasciando intorno a sé il vuoto di una vita che sembrava già tracciata, almeno dentro un ring.
Dallo stop bruciato allo schianto: la dinamica davanti alla stradale
L’incidente – secondo una prima ricostruzione – avviene intorno alle due del 4 aprile, quando Dantone percorre via Mac Mahon e si immette in piazza Prealpi. Ignora la linea d’arresto disegnata a terra, quel limite che imporrebbe di fermarsi e guardare; e invece prosegue dritto, forse distratto, forse semplicemente convinto di avere la precedenza. Dall’altro lato arriva la Citroën, un’auto di sharing guidata da una persona la cui identità non è stata ancora resa nota, e lo scontro è inevitabile. I rilievi spettano alla polizia locale, ma la dinamica appare chiara: il centauro più giovane, più fragile, paga il prezzo più alto. Nessun altro coinvolto resta ferito in modo grave, e l’automobilista – come spesso accade in queste circostanze – si trova ora a fare i conti con un verbale e con la memoria di un istante che non si può cancellare.
La palestra “Boxe Island” e quel titolo regionale conquistato a sedici anni
Maechel Dantone, però, non era solo un ragazzo su uno scooter. Tre anni fa, quando ne aveva sedici, si era laureato campione regionale nella categoria junior fino a sessanta chili, qualificandosi così per i campionati italiani. La sua palestra di riferimento, la “Boxe Island” di via Alserio – che lui considerava una seconda casa – lo aveva celebrato pubblicamente sui social, parlando di “una chiara vittoria” del loro “Mike”. Quel Mike che adesso non c’è più, e che nel frattempo aveva continuato ad allenarsi, a salire sul ring in pantaloncini e guantoni, a postare video e foto su Instagram con la disinvoltura di chi sogna un futuro diverso da quello che gli riserva una notte di aprile.
“El Cubano” e la bandierina caraibica: l’identità social di una promessa del pugilato
Gli amici lo chiamavano “El Cubano”, e lui stesso aveva aggiunto una piccola bandiera di Cuba come emoticon accanto a quel soprannome nel suo profilo. Un vezzo, un modo per raccontare le proprie origini sudamericane senza bisogno di troppe parole. I suoi account social sono pieni di scatti che lo ritraggono in posa davanti al sacco, con i guantoni alzati a proteggere il viso, oppure mentre festeggia con i compagni di allenamento dopo una sessione particolarmente dura. Non c’è traccia, in quelle immagini, della consapevolezza che a diciannove anni si possa morire per uno stop bruciato in piena notte, davanti a un ufficio della polizia stradale che – per ironia del caso – esiste proprio per prevenire episodi come questo.
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