Ceuta, i casi di tubercolosi salgono a due e i sospetti toccano quota venti: la ministra della Sanità spagnola frena sugli ospedali ma punta il dito contro le strade

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due casi confermati di tubercolosi e quasi venti sospetti, per la precisione una ventina, hanno cominciato a gravare sul sistema sanitario di Ceuta, l’exclave spagnola sul continente africano, nel pieno di un’emergenza migratoria che non accenna a placarsi. La conferma è arrivata direttamente dalla ministra della Sanità spagnola, Mónica García, nel corso di una visita istituzionale nella città autonoma, dove ha voluto tracciare un quadro epidemiologico destinato a far discutere.

Uno dei due pazienti positivi al bacillo di Koch è un migrante che, stando alle prime ricostruzioni, sarebbe già stato sottoposto a trattamento terapeutico in Marocco prima di varcare il confine; l’altro caso, invece, riguarda una persona residente a Ceuta, il che complica ulteriormente il profilo del contagio sul territorio.

García, nel tentativo di arginare il crescente allarme sociale, ha però voluto precisare che il pericolo maggiore, al momento, non si annida nei reparti ospedalieri né nei centri di accoglienza, bensì nelle strade e negli spazi pubblici della città, dove il sovraffollamento e le condizioni igieniche precarie rappresentano il vero moltiplicatore del rischio epidemiologico.

Scabbia, gastroenteriti e il ritorno alle vaccinazioni di massa

La situazione, del resto, ha già superato i confini di una semplice emergenza ordinaria, al punto che il Ministero della Sanità spagnolo ha convocato una riunione straordinaria per lunedì prossimo, alla quale parteciperanno tutte le Comunità autonome, con un ordine del giorno piuttosto serrato: l’invio immediato a Ceuta di un consistente lotto di vaccini contro morbillo, parotite, rosolia, varicella, poliomielite, tetano e difterite.

Non si tratta, va sottolineato, di una risposta a focolai epidemici già in atto per queste specifiche patologie, quanto piuttosto di un’operazione preventiva di ricostruzione della copertura vaccinale, resa urgente dall’arrivo massiccio di persone provenienti da contesti sanitari fragili e dalla difficoltà oggettiva di tracciare i movimenti di una popolazione che si muove in modo fluido e frammentario tra le due sponde dello Stretto.

Oltre alla tubercolosi, infatti, i servizi sanitari locali stanno già facendo i conti con un incremento sensibile di casi di scabbia e di gastroenteriti, disturbi strettamente legati alle condizioni di sovraffollamento e alla carenza di acqua potabile in alcune aree della città, dove le strutture di accoglienza si sono rivelate ben presto inadeguate rispetto al flusso di arrivi registrato nella seconda metà di luglio.

Il grido d'allarme degli infermieri e il collasso dei servizi

A gettare benzina sul fuoco, per così dire, è stato il Collegio degli Infermieri di Ceuta, che ha ufficialmente richiesto al governo centrale la dichiarazione dello stato di allerta, descrivendo la situazione come un «collasso sanitario senza precedenti» e denunciando l’insufficienza cronica di mezzi e risorse per fronteggiare un’emergenza che ormai tracima da ogni parametro di normalità.

I professionisti della salute, costretti a turni prolungati ben oltre i limiti ordinari e a operare con organici ridotti all’osso, hanno registrato un’impennata degli interventi quotidiani, molti dei quali legati a patologie infettive che trovano nel sovraffollamento delle strutture e delle abitazioni il loro principale veicolo di diffusione.

La richiesta di uno stato di allerta, in questo contesto, assume il valore di un grido di aiuto di chi si trova a gestire migliaia di assistiti senza avere a disposizione né il personale né le attrezzature sufficienti, in una corsa contro il tempo che rischia di compromettere la risposta sanitaria non solo per i migranti, ma anche per la popolazione residente, esposta a un rischio contagio che la ministra García ha scelto di circoscrivere allo spazio pubblico, forse per evitare il panico, ma che appare oggettivamente diffuso e pervasivo.

Una polveriera sociale e sanitaria nel cuore del Mediterraneo

Il quadro che emerge da Ceuta è dunque quello di una polveriera, per usare un termine che non a caso è già comparso in alcuni servizi televisivi dedicati alla crisi, dove si intrecciano il pericolo di epidemie, il rischio di nuovi assalti alle barriere di confine e una gestione politica che appare sempre più in difficoltà nel coniugare le esigenze di sicurezza con quelle umanitarie.

La scelta di inviare vaccini e di convocare una riunione urgente testimonia la consapevolezza, da parte del ministero, della gravità della fase, ma al contempo lascia trasparire un certo ritardo nell’azione, quasi che le istituzioni stessero rincorrendo gli eventi invece di prevenirli.

Il nodo della tracciabilità della popolazione migrante, tra l’altro, resta uno dei più spinosi, perché senza una mappatura certa e aggiornata diventa impossibile realizzare campagne vaccinali mirate e monitorare l’evoluzione dei focolai infettivi, in un contesto dove le persone si spostano continuamente tra baraccopoli, centri di accoglienza e abitazioni private, sfuggendo ai radar dei servizi sociali.

L’appello degli infermieri, in questo senso, non è soltanto una denuncia delle condizioni di lavoro, ormai al limite della sopportazione, ma anche un monito preciso: senza un cambio di passo deciso e senza l’attivazione di tutte le risorse straordinarie previste per gli stati di allerta, il sistema sanitario di Ceuta rischia di implodere, trascinando con sé l’intera regione in una spirale di degrado igienico-sanitario che nessuna dichiarazione rassicurante potrà più fermare.

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