Ceuta, casi di tubercolosi e proteste per l'asilo: la ministra «Il rischio è nelle strade»
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Redazione Esteri
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Due casi di tubercolosi e quasi venti sospetti sono stati registrati a Ceuta nell'ambito dell'emergenza migratoria, a due settimane di distanza dagli arrivi in massa di fine luglio che hanno sconvolto l'exclave spagnola in Nordafrica.
A confermarlo, nel corso di una visita nella città autonoma, è stata la ministra della Sanità spagnola, Monica García, la quale ha tuttavia escluso una situazione di emergenza sanitaria per la popolazione locale, sottolineando che la vera urgenza, semmai, è quella che si consuma per strada, dove centinaia di persone vivono in condizioni di affollamento e precarietà igienica.
Uno dei due casi di tubercolosi riguarda un migrante che era già in trattamento in Marocco, mentre l'altro è relativo a una persona residente a Ceuta; la situazione epidemiologica, ha spiegato la ministra, presenta un rischio basso per i residenti e moderato per i migranti stessi, pur in un quadro di pressione sui servizi sanitari che resta elevato.
La protesta a El Trampolín: «Viva la Spagna, vogliamo asilo»
Sulla spiaggia di El Trampolín, dove centinaia di persone vivono in capanne improvvisate con giunchi e cartoni, è andata in scena una protesta pacifica ma carica di significato, con i migranti che hanno intonato cori e mostrato cartelli con scritte come «Viva la Spagna» e «Asilo».
La manifestazione, che ha visto la partecipazione di decine di persone in maggioranza subsahariane e magrebine, è scoppiata dopo che il Marocco ha rafforzato le misure di sicurezza lungo il confine e mentre il governo locale chiedeva che non venissero concessi asili, alimentando il timore di espulsioni di massa tra quanti hanno varcato il confine via terra o a nuoto.
«Anche noi siamo esseri umani», si leggeva su alcuni dei cartoni esposti, mentre gli slogan si mescolavano alla determinazione di chi non intende fare marcia indietro, in una situazione che ormai si protrae da oltre due settimane e che ha messo a dura prova la capacità di accoglienza dell'exclave.
I numeri dell'emergenza e il nodo delle procedure
Secondo le stime del governo centrale, sarebbero almeno 5.000 le persone ancora presenti a Ceuta dopo l'ondata migratoria che il 30 e 31 luglio ha visto oltre 70.000 persone tentare l'ingresso, mentre le valutazioni locali parlano di cifre anche superiori, comprese tra 8.000 e 12.000 migranti. La ministra García ha fornito alcuni dati significativi per inquadrare la portata dell'emergenza sanitaria: negli ultimi 5 giorni sono stati assistiti 5.800 migranti, di cui 3.500 hanno ricevuto cure primarie e il resto assistenza ospedaliera, con 101 persone attualmente ricoverate negli ospedali, di cui 28 migranti. Di fronte a questa pressione, la capacità del sistema sanitario è stata ampliata fino a 200 posti letto e sono stati aggiunti 60 professionisti sanitari, sebbene la ministra abbia riconosciuto il sovraffaticamento del personale, che ha assistito una media di circa 300 persone al giorno.
Sul fronte giuridico, la situazione appare altrettanto complessa, con il ministro dell'Interno Fernando Grande-Marlaska che ha ribadito la linea del governo: chi è entrato in maniera irregolare sarà rimpatriato in Marocco, fatta eccezione per i casi di vulnerabilità e i richiedenti asilo, dopo una valutazione individuale della posizione giuridica.
«L'urgenza è fuori dall'ospedale»
Proprio sulla distinzione tra rischio sanitario e crisi umanitaria si è giocata la partita politica delle dichiarazioni della ministra García, che ha voluto smarcarsi dalle accuse delle opposizioni di destra, come il Partito Popolare e Vox, definendo «ingiusto e xenofobo» associare l'immigrazione alla diffusione di malattie. «I migranti non portano malattie», ha scandito García, per poi aggiungere che «a Ceuta c'è una crisi umanitaria? Sì. C'è un rischio per la salute pubblica derivato dall'affollamento di queste persone per strada? Sì».
In questa cornice, la titolare della Sanità ha ribadito che l'emergenza non è negli ospedali, dove il sistema regge, ma sul territorio, dove mancano spazi sicuri e condizioni igieniche adeguate per i migranti, chiedendo alle autorità locali di mettere a disposizione aree che garantiscano la salubrità.
La sua posizione, per certi versi, sembra fare da contrappunto a quella dei medici dell'exclave, che nei giorni scorsi avevano lanciato l'allarme su una possibile «bomba a orologeria» per il rischio di focolai di scabbia, tubercolosi e altre malattie infettive, in un contesto in cui gli accampamenti di fortuna, come quello di El Trampolín, sono privi dei servizi di base.
Le parole della ministra, tuttavia, hanno il pregio di ricondurre il problema alla sua matrice principale: l'affollamento e la mancanza di risposte strutturali a una crisi che, nel frattempo, ha messo in luce tutte le difficoltà di una città che conta poco più di 80.000 residenti e che si trova a dover gestire una pressione migratoria di dimensioni eccezionali.
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