Ceuta, tubercolosi e proteste: la doppia emergenza nell’exclave spagnola

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Due casi confermati di tubercolosi e quasi una ventina di sospetti: è questo il quadro tracciato dalla ministra della Sanità spagnola, Monica García, al termine di una visita nell’exclave nordafricana, nel pieno dell’emergenza migratoria seguita agli arrivi in massa dello scorso luglio. La tensione, del resto, non si misura soltanto nei parametri epidemiologici, perché per le strade e sulle spiagge di Ceuta la protesta dei migranti è ormai quotidiana, con cartelli che reclamano asilo e una determinazione che sembra non conoscere vie di mezzo.

La ministra García ha voluto comunque precisare che uno dei due casi accertati riguarda un migrante già in trattamento terapeutico in Marocco, mentre il secondo si riferisce a un residente della città, a sottolineare – per quanto indirettamente – che il focolaio non è circoscritto esclusivamente alla popolazione appena arrivata. Il dato, tuttavia, è destinato a pesare sulle strategie sanitarie locali, in un contesto in cui le strutture ospedaliere e i presidi di primo soccorso lavorano già al limite delle proprie capacità.

La ministra Sánchez: «Il vero rischio è fuori dagli ospedali»

«Il pericolo maggiore, in questo momento, non si trova all’interno dei nosocomi, ma per le strade» – ha dichiarato Monica García nel corso dell’incontro con la stampa, cercando di arginare il panico e di indirizzare l’attenzione sulle condizioni igienico-sanitarie degli insediamenti spontanei.

Un’affermazione, la sua, che getta luce su un aspetto spesso trascurato quando si parla di emergenze sanitarie legate ai flussi migratori, vale a dire che il contagio, in assenza di reti fognarie e di acqua potabile, si diffonde molto più rapidamente tra le baracche di fortuna che nei reparti di malattie infettive, dove i protocolli di isolamento sono ormai consolidati.

Le parole della titolare della Sanità, peraltro, giungono a poche ore da un nuovo episodio di tensione al confine, dopo che Rabat ha rafforzato i controlli lungo la frontiera terrestre, alimentando di fatto la disperazione di chi vede preclusa anche l’ultima via di fuga verso il territorio controllato da Madrid.

E se da un lato la ministra della Difesa, Margarita Robles, ha lanciato un monito piuttosto severo contro eventuali nuovi tentativi di ingressi collettivi, dall’altro la realtà della spiaggia di El Trampolín racconta una storia fatta di rifiuti, di giunchi intrecciati e di cartoni sui quali compaiono scritte come «Anche noi siamo esseri umani».

El Trampolín, il villaggio di fortuna che sfida il governo

Sulla spiaggia di El Trampolín, del resto, le centinaia di capanne improvvisate sono ormai diventate un villaggio strutturato, con tanto di percorsi tracciati tra una baracca e l’altra, dove la Cruz Roja e Medicos del Mundo cercano di portare un minimo di assistenza medica e distribuzione di beni di prima necessità.

I manifestanti, che ormai da due settimane vivono in questo limbo di attesa, hanno inscenato un sit-in alzando cartelli di fortuna con la parola «Asilo» in bella vista, mentre i cori si levano all’unisono per richiamare l’attenzione del premier Pedro Sánchez, quasi a voler trasformare quella striscia di sabbia in un palcoscenico politico permanente.

La determinazione, del resto, è tangibile: tra le voci che si alzano dal corteo si ripete con forza che non si tornerà indietro, che il Marocco non è più una meta percorribile e che l’unica speranza risiede nella concessione di una qualche forma di protezione internazionale da parte delle autorità spagnole.

Le ong presenti sul campo, che operano in condizioni estreme e con risorse spesso insufficienti, riferiscono di un numero complessivo di migranti che oscura abbondantemente le centinaia, molti dei quali arrivati a nuoto dopo aver aggirato le barriere marittime o via terra in quei convulsi giorni di fine luglio, quando la frontiera sembrò per qualche ora cedere sotto la spinta della folla.

La risposta istituzionale tra sanitari e controlli al confine

La posizione del governo spagnolo, per il momento, si muove su un doppio binario: da una parte il rafforzamento della sorveglianza al confine, con un dispositivo militare e di polizia che ha già ricevuto l’imprimatur della ministra Robles, e dall’altra la gestione dell’emergenza sanitaria che la ministra García ha cercato di ricondurre a termini realistici, evitando allarmismi ma senza nascondere la criticità di una situazione che rischia di protrarsi per settimane.

La presenza di quasi venti sospetti casi di tubercolosi, peraltro, obbliga le autorità sanitarie a un monitoraggio serrato, con test e controlli che si scontrano con la difficoltà di rintracciare in modo sistematico una popolazione che vive in spazi aperti e che si sposta continuamente lungo il litorale.

Il fatto che uno dei due malati accertati fosse già in terapia in Marocco, come ha ricordato la ministra, aggiunge un elemento di complessità non indifferente, perché suggerisce che il bacino di provenienza dei migranti comprende aree in cui la tubercolosi è endemica e i trattamenti farmacologici non sempre vengono portati a termine.

Le proteste di El Trampolín, intanto, proseguono senza sosta e il grido «Viva la Spagna» che si mescola alla richiesta d’asilo appare come un paradosso solo apparente: per chi ha attraversato il Mediterraneo o le montagne del Rif, quel lembo di terra europea rappresenta l’ultimo baluardo di una libertà che altrove è stata negata, e la determinazione a non cedere è tanto forte quanto la paura di essere respinti oltre il confine che hanno appena valicato.

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