«Ajo, tutti ci siamo»: il grido che ha svelato la pista sarda nell’assalto ai portavalori. Dodici a processo con il rito abbreviato.

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   «Ajo, tutti ci siamo».

Quella frase, quasi un rituale, urlata nel caos di colpi d’arma da fuoco e lamiere lacerate dall’esplosivo, è finita nei video amatoriali che hanno invaso i social e, da lì, i tg nazionali. Ma, al contrario di quanto accade per la maggior parte delle immagini virali, quel grido non è stato solo uno sfondo sonoro per la cronaca. È diventato, per gli inquirenti, il primo solido tassello di un mosaico giudiziario che oggi arriva in aula. La cadenza inconfondibile di chi urla in sardo – una di quelle inflessioni che non si possono simulare – ha orientato immediatamente le indagini verso la Barbagia e l’Ogliastra, molto prima che le prove scientifiche confermassero i sospetti. A Livorno, davanti al Gup Francesca Mannini, si è aperta ufficialmente la fase processuale per quella che è stata definita l’operazione “Drago”, con i dodici imputati – undici dei quali tuttora detenuti – che hanno scelto la strada del rito abbreviato, chiedendo però l’ammissione di perizie tecniche per scardinare alcune delle accuse, in particolare quelle relative ai tabulati telefonici e ai movimenti delle celle.

Un assalto da guerra, una preparazione quasi certosina

Non siamo di fronte a un semplice colpo messo a segno da improvvisati. Il 28 marzo 2025, sulla Variante Aurelia a San Vincenzo, il commando ha agito con una ferocia e una logistica che hanno ricordato i peggiori agguati degli anni di piombo: furgoni rubati per bloccare la carreggiata, kalashnikov a far da scorta, e l’esplosivo per far saltare la porta blindata del mezzo della Battistolli (B.T.V.). Nel mirino c’erano oltre 4,6 milioni di euro destinati agli uffici postali, ma il bottino effettivamente sottratto si è fermato a 3.082.754 euro. Una cifra, quella precisa, che fa pensare a una conoscenza dettagliata dei tempi di caricamento e delle procedure di sicurezza. I fuggiaschi, dopo aver sparato all’impazzata e minacciato le guardie giurate, si sono dileguati su tre auto (due suv Volvo rubati e un’auto presa per strada a un medico di Grosseto), per poi far perdere le proprie tracce nelle campagne toscane o, almeno, questo era il piano.

Il “pizzino” e i telefoni bruciati: l’investigazione analogica

A tradirli non è stata una soffiata né una classica intercettazione telefonica, ma un’indagine che il Procuratore capo di Livorno, Maurizio Agnello, ha definito «quasi all’antica». Gli investigatori del Nucleo Investigativo di Livorno, supportati da un dispositivo imponente di oltre 300 militari (dai Ros ai Cacciatori di Sardegna), hanno seguito le briciole lasciate sul campo. Hanno ritrovato i furgoni dati alle fiamme in zone impervie della provincia pisana e, soprattutto, in un casale abbandonato, è spuntato un “pizzino”: un biglietto scritto a mano con due numeri di telefono. È stato l’ago della bilancia. Quel pezzo di carta ha permesso di collegare i vari componenti della banda, che per eludere i controlli utilizzavano “burner phone” – cellulari usa e getta senza connessione internet – accesi solo nei quattro giorni strettamente necessari per l’assalto. Una rete di comunicazione off-line, che ha costretto i carabinieri a ricostruire gli spostamenti fisici dei sospettati, braccandoli tra porti traghetti, fiere in Umbria e concessionari di macchinari agricoli in Emilia Romagna, luoghi, questi ultimi, che erano stati scelti come alibi per giustificare le loro trasferte sul continente.

L’arsenale e la scelta del rito abbreviato

Il quadro accusatorio che i pm Ezia Mancusi (Livorno) e la Dda di Firenze hanno portato in tribunale si basa su reperti concreti. Durante i blitz del maggio 2025 – quando scattarono gli arresti per undici dei dodici indagati – gli uomini dell’Arma hanno sequestrato un piccolo arsenale: cinque fucili, una pistola, circa 1.500 cartucce di vario calibro, oltre 200 grammi di esplosivo militare e persino giubbotti antiproiettile. Quel ritrovamento, unito ai video delle esplosioni, ha reso inevitabile la richiesta di rito abbreviato da parte delle difese, una strategia che mira a ottenere uno sconto di un terzo della pena in cambio della rinuncia al dibattimento, ma che non preclude la possibilità di contestare le consulenze tecniche. Il giudice ha accolto la richiesta, calendarizzando l’esame degli imputati e la requisitoria del pm per il prossimo 15 maggio. Per alcuni di loro, come Antonio Stochino (unico a piede libero dopo il rigetto della custodia cautelare), il processo rappresenta l’epilogo di una vicenda iniziata con la fuga spericolata tra i cantieri dell’Aurelia.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.