Belve Crime, l’ultima intervista di Francesca Fagnani per la stagione 2026
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Martedì 26 maggio, in prima serata su Rai 2, si è chiusa la seconda edizione di “Belve Crime”, lo spin-off che Francesca Fagnani ha dedicato interamente ai volti e alle storte della cronaca giudiziaria italiana. Dopo il buon riscontro di pubblico della seconda puntata – andata in onda il 19 maggio e seguita da 981.000 spettatori, pari al 6,40% di share, in leggero calo rispetto al debutto – la conduttrice ha deciso di ampliare ulteriormente il format già sperimentato l’anno precedente, passando da una singola puntata a ben quattro appuntamenti stagionali per un totale di tredici interviste.
In questa serata conclusiva, l’attenzione si è concentrata su quattro storie diverse per natura e gravità, accomunate però dalla volontà di scavare – come recita il mantra del programma – nel lato oscuro dell’animo umano, senza filtri o facili giudizi.
Daniele Ughetto Piampaschet e la sottile linea tra fiction e realtà
Uno dei momenti più tesi della trasmissione è stato senza dubbio il faccia a faccia con Daniele Ughetto Piampaschet, lo scrittore torinese condannato in via definitiva a venticinque anni di reclusione per l’omicidio di Anthonia Egbuna, la giovane nigeriana trovata senza vita nel Po nel lontano 2012.
La giornalista lo ha incontrato nel carcere di Torino, dove lui sconta la sua pena continuando a dichiararsi estraneo al fatto, e lo ha messo di fronte alla contraddizione più inquietante del caso: i suoi manoscritti sequestrati, nei quali descriveva omicidi di prostitute nigeriane con dettagli impressionantemente simili a quelli del delitto reale.
“Ma davvero i giudici pensano che una persona con una laurea in filosofia come me sia così stupida da uccidere una persona, massacrarla, scrivere un racconto e poi conservarlo?”, ha ribattuto lui, visibilmente irritato, scatenando una reazione talmente veemente da richiedere persino l’intervento del suo legale per calmarlo.
Ughetto ha poi difeso la propria produzione letteraria, paragonandosi al Marchese de Sade e sostenendo il principio che “uno scrittore non può essere giudicato per ciò che scrive”; tesi subito contestata dalla Fagnani, che gli ha ricordato come l’accusa non si basi sulla fantasia, ma sulla coincidenza specifica di quei particolari macabri.
Nel corso del colloquio, lo scrittore ha infine accusato la mafia nigeriana di essere la vera artefice dell’omicidio, ipotizzando un depistaggio delle indagini da parte di politica e magistratura; una ricostruzione, questa, che la conduttrice non ha mancato di definire per quello che è, ossia una tesi già respinta tre volte dai giudici in sede di revisione.
Soter Mulè, l’ingegnere e il gioco erotico finito in tragedia
Altro ospite della serata è stato Soter Mulè, l’ingegnere romano condannato a tre anni e sei mesi per omicidio colposo, reato commesso – secondo la sentenza – durante la notte del 9 settembre 2011, quando la giovane Paola Caputo perse la vita in un garage dell’Agenzia delle Entrate a causa di un gioco erotico estremo.
Di fronte alle telecamere, Mulè ha ricostruito la dinamica di quei momenti, parlando a cuore aperto delle pratiche BDSM che coinvolgevano lui, la vittima e un’altra ragazza presente sul posto; ha ammesso l’uso di corde attorno al collo della ragazza, pur negando che si trattasse di “breath play” (la pratica di asfissia durante il rapporto), e ha confessato di vivere ancora oggi con il peso del senso di colpa per non essere riuscito a salvarla.
“Non ho potuto fare nulla”, ha dichiarato, riconoscendo l’errore madornale di non aver portato con sé forbici o coltelli per recidere immediatamente i legacci in caso di emergenza. Un racconto, il suo, che esplora i meandri di una sottocultura fatta di corsi di bondage e feste private, dove lui ricopriva il ruolo del “rigger” (colui che immobilizza il partner); un mondo oscuro e poco conosciuto che la Fagnani ha portato alla luce con il suo solito stile serrato, costringendo l’intervistato a guardare in faccia la responsabilità di un errore che è costato una vita umana.
Mirko Ricci, l’ex pugile e il peso di un sequestro
Completamente diversa, per atmosfera e retroscena, è stata l’intervista a Mirko Ricci, ex promessa della boxe italiana (soprannominato “The Predator”) finito dietro le sbarre per il sequestro a scopo di estorsione di un bambino di nove anni, vicenda legata a un debito di droga non saldato dalla madre del piccolo.
Francesca Fagnani ha ripercorso con lui la parabola discendente di un talento sprecato: dagli esordi fulminanti tra i medio-massimi fino ai titoli europei, passando per risse, tentate rapine e una drammatica sparatoria subita nel 2014, quando venne gambizzato mentre guidava la sua auto poche ore dopo aver conquistato il titolo di campione d’Italia.
Alle domande sulla possibilità che dietro quell’agguato ci fosse una storia di scommesse clandestine, Ricci ha liquidato l’ipotesi con una frase secca: “Qui stiamo andando proprio sui film americani, non è così”, attribuendo piuttosto il gesto a una banale lite personale.
Per quanto riguarda il reato di sequestro, nonostante la condanna definitiva in Cassazione, l’ex pugile continua a proclamarsi innocente, sostenendo di essersi trovato “in mezzo a questo casino assurdo” solo per aver portato dei soldi alla madre; al termine dell’intervista, il tono si è fatto malinconico quando, parlando del figlio avuto tramite inseminazione artificiale (che oggi può vedere grazie al regime di semilibertà), ha confessato: “Spero di potermi sedere con lui per raccontargli tutti gli sbagli che ho fatto, che sono tanti”.
Rosa Amato, la ribellione alla camorra
A chiudere il quadro degli ospiti, sebbene con meno spazio nelle anticipazioni rispetto ai colleghi, è stata Rosa Amato, figura emblematica di chi è riuscita a spezzare le catene del clan familiare: figlia di un boss della camorra, è diventata collaboratrice di giustizia dopo l’omicidio del fratello Carlo, una scelta estrema dettata soprattutto dalla necessità di proteggere i propri figli da quel destino di violenza e omertà.
La sua presenza sullo sgabello di “Belve Crime” rappresenta una delle poche voci “positive” della serata, o quantomeno una delle più complesse, perché racconta non solo il crimine subìto, ma anche il difficile percorso di rinascita di chi decide di voltare le spalle al proprio sangue pur di uscire da un giro malavitoso.
Con quest’ultimo appuntamento – trasmesso in diretta su Rai 2 e disponibile in streaming su RaiPlay e Disney+ – si chiude dunque un’edizione che ha decisamente ampliato i confini del format, confermando come il pubblico italiano sia sempre più attratto da questo genere di narrazione cruda e senza sconti, dove a parlare sono direttamente i protagonisti (colpevoli, presunti tali o vittime) di storie che hanno segnato la cronaca nazionale.




