Trump valuta la conquista dell’isola di Kharg, mentre la diplomazia parallela cerca una via d’uscita
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Redazione Esteri
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La guerra contro l’Iran, entrata ormai nel suo secondo mese, sembra muoversi su due binari paralleli e solo apparentemente contraddittori. Da un lato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump – che, va ricordato, è nuovamente alla Casa Bianca – ha rilanciato la minaccia di un’escalation senza precedenti, ventilando l’ipotesi di un’operazione militare per impossessarsi dell’isola di Kharg. È in quest’area, cuore pulsante delle esportazioni energetiche iraniane, che si concentra circa il 90% del petrolio destinato ai mercati internazionali. In un’intervista rilasciata al “Financial Times”, il presidente americano ha definito questa opzione la sua “cosa preferita”, paragonando un eventuale intervento a quanto già pianificato in Venezuela, salvo poi sottolineare, con una certa ambiguità, che “potremmo prendere l’isola di Kharg, come potremmo non farlo: abbiamo molte opzioni”. Il che suggerisce, inevitabilmente, che il Pentagono abbia già predisposto piani dettagliati per un’operazione anfibia di quella portata, considerata la presenza nel Golfo di migliaia di marines – circa 2.500 già arrivati e altrettanti in rotta – addestrati specificamente per operazioni di conquista e mantenimento del territorio.
Parallelamente alle dichiarazioni bellicose, però, il canale diplomatico – gestito in gran parte dal Pakistan – mostra segnali di attività frenetica. Trump stesso ha confermato che gli Stati Uniti sono impegnati in “serie discussioni” con quello che ha definito il “nuovo e più ragionevole regime” di Teheran, riferendosi probabilmente ai vertici emersi dopo i mesi di conflitto. La posta in gioco, in queste trattative indirette, è la riapertura dello Stretto di Hormuz – un passaggio vitale per il 20% del petrolio mondiale, attualmente bloccato di fatto – e l’accettazione, da parte iraniana, di un piano in 15 punti presentato da Washington. A testimonianza di un possibile riavvicinamento, Trump ha rivelato che l’Iran ha permesso il passaggio di venti petroliere con bandiera pakistana attraverso lo Stretto, un gesto definito dal presidente come un “dono” per dimostrare serietà, mentre si moltiplicano gli incontri a livello regionale per tentare una mediazione.
Tuttavia, mentre i diplomatici si riuniscono a Islamabad con i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto, la realtà sul campo rimane quella di un conflitto totale che si allarga a macchia d’olio. L’Iran ha risposto alla pressione militare – che ha visto finora colpiti oltre 13.000 obiettivi – con attacchi che non risparmiano le infrastrutture civili dei vicini del Golfo. Un recente bombardamento ha colpito un impianto di desalinizzazione e una centrale elettrica in Kuwait, causando vittime, mentre le difese saudite sono state nuovamente messe alla prova da missili balistici diretti verso la regione orientale. In questo quadro di ritorsioni incrociate, il conflitto ha travalicato i confini iraniani, coinvolgendo attivamente lo Yemen, da dove i ribelli Houthi hanno lanciato droni verso Israele, e acuendo la tensione lungo la Linea Blu in Libano.
L’ombra lunga della guerra sul fronte libanese e l’incidente al contingente Unifil
A complicare ulteriormente il quadro mediorientale, un episodio grave ha colpito la missione di peacekeeping delle Nazioni Unite in Libano. Un casco blu appartenente al contingente indonesiano dell’Unifil è stato ucciso, e altri tre militari sono rimasti feriti, in seguito a un’esplosione avvenuta nei pressi di Adshit al-Qusayr, nel distretto di Marjayoun. Sebbene la fonte del proiettile – che ha centrato una postazione della forza d’interposizione – non sia stata ancora ufficialmente determinata, l’agenzia nazionale libanese NNA ha riferito che si è trattato di un bombardamento di artiglieria israeliana. L’Unifil, dal canto suo, ha aperto un’indagine per chiarire la dinamica, ricordando come gli attacchi deliberati contro i peacekeeper costituiscano una grave violazione del diritto internazionale umanitario e della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza. L’Indonesia, attraverso il ministero degli Esteri, ha espresso il proprio cordoglio e ha chiesto un’indagine trasparente, mentre Israele – che ha dichiarato di voler ampliare la propria “zona di sicurezza” nel sud del Libano – continua a premere per allontanare Hezbollah dai confini.
Il prezzo della guerra: energia e isolamento diplomatico per gli Stati Uniti
Le conseguenze economiche del conflitto iniziano a manifestarsi in modo evidente sui mercati globali. Il prezzo del petrolio Brent ha superato la soglia dei 116 dollari al barile, con un incremento di oltre il 50% dall’inizio delle ostilità, mentre le tensioni si riflettono anche sulla volatilità delle borse asiatiche. In questo contesto, la posizione degli alleati storici mostra alcune crepe significative. La Spagna, ad esempio, ha deciso di chiudere il proprio spazio aereo agli aerei coinvolti nell’operazione militare contro l’Iran. Il provvedimento, che secondo fonti governative citate da “El Pais”, riguarda non solo i velivoli direttamente impegnati nei bombardamenti ma anche quelli di supporto (come gli aerei cisterna per il rifornimento in volo), rappresenta un segnale politico di netta presa di distanza dall’intervento guidato da Stati Uniti e Israele. Una decisione che si aggiunge al precedente diniego all’uso delle basi militari di Rota e Moron, sottolineando un’evidente frattura diplomatica nel fronte occidentale.
La sfida sul terreno e le ambizioni americane sull’oro nero
Mentre la diplomazia cerca di correre ai ripari per rispettare la nuova scadenza del 6 aprile – data entro la quale Trump ha minacciato di “distruggere completamente” impianti elettrici, pozzi e l’isola di Kharg se l’accordo non dovesse concretizzarsi – il Pentagono prepara il terreno per eventuali operazioni future. L’arrivo di migliaia di marines e il danneggiamento di un sofisticato aereo radar E3 Sentry da parte iraniana dimostrano l’alta intensità dello scontro tecnologico in atto. L’idea di mettere fisicamente le mani sulle risorse energetiche iraniane – una possibilità che Trump ha definito “facile” date le scarse difese dell’isola – rappresenterebbe una svolta radicale nel conflitto, trasformando un’operazione di “ritorsione” in un’occupazione finalizzata al controllo delle materie prime. Una prospettiva, questa, che Teheran ha già avvertito come una linea rossa, minacciando di trasformare il Golfo in una “palude di morte” per i soldati americani.
Meta Description: Trump minaccia di conquistare l’isola di Kharg per il petrolio iraniano mentre la Spagna chiude lo spazio aereo. Ucciso un casco blu Unifil in Libano. Crisi in Medio Oriente.




