La teoria della minaccia iraniana sull’Italia tra portata missilistica e le difese Nato
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Redazione Interno
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L’escalation in Medio Oriente, con i raid condotti da Stati Uniti e Israele in territorio iraniano e la conseguente rappresaglia di Teheran, ha riacceso i riflettori della diplomazia e dei servizi di intelligence occidentali su uno scenario fino a ieri considerato remoto: la possibilità che il conflitto possa estendersi fino a lambire i confini dell’Europa. In questo clima di accresciuta tensione globale, che vede la Francia, la Germania e il Regno Unito dichiararsi pronti a schierarsi a difesa dei propri interessi e di quelli degli alleati nel Golfo, l’attenzione si è concentrata sulla capacità effettiva dell’arsenale missilistico della Repubblica Islamica di rappresentare una minaccia concreta per il continente. D’altronde, come è stato recentemente riportato da analisi specializzate, Teheran avrebbe già lanciato centinaia di missili balistici e droni in attacchi contro Iraq, Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Giordania e Israele, arrivando persino a colpire, con un velivolo senza pilota, una base della Royal Air Force a Cipro. Una tale mole di fuoco, unita alla retorica bellica che da anni caratterizza le dichiarazioni di alcune frange della leadership iraniana, ha inevitabilmente portato a interrogarsi sulla reale portata dei vettori a disposizione delle forze armate della Repubblica Islamica.
La capacità missilistica e l’ipotesi di un attacco all’Italia
Il dibattito sulla capacità dell’Iran di colpire il territorio italiano si è riacceso in seguito alle dichiarazioni di alcune fonti diplomatiche israeliane, secondo le quali centinaia di missili sarebbero in grado di raggiungere non solo lo Stato ebraico, ma anche capitali europee come Roma, Parigi e Londra. In particolare, l’attenzione degli analisti si è focalizzata su specifici sistemi d’arma presenti nell’inventario di Teheran. Tra questi spicca il missile da crociera Soumar, un derivato del sovietico KH-55, presentato ufficialmente nel 2015 e considerato il vettore d’attacco a più lungo raggio in possesso dell’Iran. La sua gittata, sulla carta e in assenza di test che ne abbiano confermato l’effettiva operatività a tali distanze, è stimata attorno ai 3000 chilometri. Una distanza che, in linea d’aria da basi di lancio situate nell’Iran nord-occidentale, potrebbe teoricamente mettere nel mirino una larga fetta dell’Europa sud-orientale e, con una traiettoria ottimale, persino alcune porzioni della penisola italiana.
Accanto al Soumar, che per sua natura vola a bassa quota seguendo la spinta del suo motore fino all’obiettivo, vi sono i missili balistici a combustibile liquido, come il Khorramshahr, il Sejjil, il Ghadr e l’Emad. Fonti specializzate, tra cui Defense Express, hanno analizzato i dati di pubblico dominio su questi sistemi, evidenziando come il Khorramshahr possa trasportare una testata eccezionalmente pesante, fino a 1800 chilogrammi, per una distanza di circa 2000 chilometri. È però la possibilità di ridurre il peso dell’ogiva, come spesso avviene in questi casi per aumentare la portata, a destare le maggiori preoccupazioni: alleggerendo il carico, il missile potrebbe spingersi fino a 3000 chilometri, una distanza che renderebbe raggiungibili, almeno sulla carta, città come Berlino e Roma. D’altro canto, come ha spiegato Emmanuele Panero, responsabile del Desk Difesa e Sicurezza del Centro Studi Internazionale, le gittate massime dichiarate in molti casi non sono mai state sperimentate e sono quindi soggette a interpretazione, creando una divergenza con la distanza oggettiva in linea d’aria che separa la Repubblica Islamica dall’Europa. A rendere il quadro ancora più complesso contribuisce l’utilizzo di droni a lungo raggio, come lo Shahed-136, con una gittata dichiarata fino a 2500 chilometri, che rappresentano forse lo strumento d’attacco più flessibile, sebbene richiedano di attraversare spazi aerei sorvegliatissimi come quelli di Iraq, Siria, Giordania e Turchia, dove le difese della coalizione internazionale hanno già dimostrato di poterli intercettare.
Il rafforzamento della vigilanza e i 28mila obiettivi sensibili
Parallelamente alla valutazione tecnica sulla reale minaccia portata dai vettori iraniani, il Viminale ha immediatamente innalzato il livello di allerta sul territorio nazionale, un’azione concreta che prescinde dalla probabilità di un attacco missilistico e si concentra invece sulla possibilità di azioni terroristiche o dimostrative. Il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, riunitosi sotto la presidenza del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi insieme ai vertici delle forze di polizia e dell’intelligence, ha disposto il rafforzamento immediato dei dispositivi di vigilanza su tutti i 28mila obiettivi sensibili sparsi per il Paese. Una decisione che non è scaturita da un allarme specifico e concreto per l’Italia, come hanno tenuto a precisare alcune fonti al termine della riunione straordinaria del Comitato di analisi strategica antiterrorismo, ma che si è resa necessaria in ragione dell’incertezza del quadro internazionale e della necessità di prevenire eventuali criticità.
L’elenco delle infrastrutture e dei luoghi finiti sotto la lente d’ingrandimento delle forze dell’ordine è vasto e variegato. Comprende naturalmente le sedi diplomatiche, come ambasciate e consolati di Stati Uniti e Israele, ma anche quelle iraniane, considerate potenziale obiettivo di azioni ritorsive. Non sono escluse le strutture religiose, con un’attenzione particolare rivolta al ghetto ebraico di Roma e al quartiere ebraico di Milano, così come le sinagoghe e gli hub energetici, la cui messa fuori uso potrebbe causare danni sistemici al Paese. Il dispositivo di sicurezza, però, si estende ben oltre, includendo luoghi di grande affollamento come stazioni ferroviarie, piazze, musei e monumenti di interesse storico-artistico, dalla Piazza del Palio di Siena fino alla Reggia di Caserta. L’obiettivo dichiarato è quello di garantire un costante presidio del territorio e di prevenire l’azione non solo di cellule strutturate, ma anche di eventuali lupi solitari che potrebbero essere ispirati a compiere atti dimostrativi. A tal fine, è stata implementata anche l’attività informativa della Digos, con un monitoraggio costante di forum e canali social alla ricerca di segnali di radicalizzazione.
Le basi americane e la difesa integrata della Nato
Un capitolo a parte, nell’ambito di questo rafforzamento della sicurezza, riguarda le installazioni militari statunitensi presenti in Italia, considerate obiettivi di prioritaria sensibilità in un conflitto che vede gli Stati Uniti come attori protagonisti. Dalla base aeronautica di Aviano, in provincia di Pordenone, nodo strategico per le operazioni in Europa e nel Mediterraneo, alle basi dell’esercito di Vicenza, Ederle e Del Din, che ospitano migliaia di militari e i loro familiari, le misure di protezione sono state immediatamente inasprite. Le prefetture locali hanno attivato servizi di osservazione e monitoraggio, coordinando pattuglie delle forze dell’ordine e vigilando anche le aree esterne ai perimetri militari. Un’attenzione, questa, che si inserisce in un quadro più ampio di difesa collettiva, poiché l’Europa, come hanno ribadito gli esperti, è protetta da un sistema di difesa aereo integrato che opera principalmente sotto l’egida della Nato. L’Italia stessa, del resto, dispone di significative capacità di protezione contro vettori balistici e da crociera, capacità condivise con gli alleati e implementate attraverso un coordinamento costante.
Oltre allo scudo fornito dalle navi dotate di sistema Aegis dispiegate nel Mediterraneo, la difesa del vecchio continente può contare su pilastri fondamentali come il sito Aegis Ashore di Deveselu, in Romania, equipaggiato con intercettori SM-3 in grado di neutralizzare minacce balistiche. A questi si aggiunge, per la Germania, il recente sistema Arrow 3 di fabbricazione israeliano, che ha raggiunto la capacità operativa iniziale alla fine del 2025 e che rappresenta un ulteriore tassello nella copertura del territorio europeo. La presenza di queste architetture difensive, progettate per rispondere a minacce complesse e diversificate, costituisce di fatto il principale fattore di deterrenza e protezione per paesi come l’Italia, rendendo l’effettiva riuscita di un attacco missilistico convenzionale, anche qualora fosse tecnicamente possibile, un’impresa estremamente complessa e dall’esito tutt’altro che scontato.




