Mosca ordina attacchi sistematici su Kiev, Lavrov avverte Rubio: «Evacuate l’ambasciata»
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Redazione Esteri
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La telefonata tra il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, e il segretario di Stato americano Marco Rubio – avvenuta su indicazione diretta del presidente Vladimir Putin – ha rotto gli equilibri precari che reggevano la tregua diplomatica nella capitale ucraina. Durante il colloquio, Lavrov ha ufficialmente raccomandato agli Stati Uniti di rimuovere il proprio personale diplomatico da Kiev, estendendo l’avvertimento anche agli altri cittadini americani ancora presenti in città.
Non si è trattato, a differenza di comunicazioni precedenti, di una semplice escalation retorica: il capo della diplomazia russa ha infatti chiarito che le Forze armate di Mosca hanno avviato una serie di “attacchi sistematici e mirati” contro quelle che vengono definite “strutture utilizzate dalle forze armate ucraine”, inclusi i cosiddetti centri decisionali situati nel cuore dell’area metropolitana.
La risposta russa all’attacco di Starobilsk e l’uso dell’ipersonico
La svolta nella strategia militare russa, come emerge dai comunicati diffusi dal ministero degli Esteri di Mosca, sarebbe una diretta conseguenza del raid ucraino compiuto pochi giorni fa a Starobilsk, nella regione di Luhansk: un attacco con droni che avrebbe colpito un dormitorio di un college, causando una ventina di vittime tra i civili. Per il Cremlino, quell’evento rappresenterebbe l’ultima goccia, un “atto terroristico” che giustifica ora la distruzione mirata del complesso militare-industriale ucraino.
E i numeri dell’ultima offensiva parlano chiaro: nella sola notte del 24 maggio, le difese aeree di Kiev hanno rilevato il lancio di circa 90 missili di vario tipo – compreso il temuto ipersonico Oreshnik, utilizzato per la terza volta dal conflitto – e qualcosa come 600 droni. Un volume di fuoco impressionante, che ha saturato i sistemi di difesa e colpito infrastrutture civili, tra cui il quartier generale del servizio postale su piazza Indipendenza e una sezione del Museo nazionale di Chernobyl, dove si stima che il 40% dei reperti sia andato irrimediabilmente perduto.
L’allarme di Kiev e la richiesta di una seduta d’emergenza all’Onu
La reazione ucraina non si è fatta attendere, né poteva essere altrimenti. Il ministro degli Esteri Andrii Sybiha, utilizzando il suo profilo social come tribuna diplomatica, ha annunciato di aver dato istruzioni precise a tutte le missioni di Kiev presso gli organismi internazionali affinché si attivino su tutti i fronti multilaterali disponibili.
L’obiettivo dichiarato è convocare con la massima urgenza il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma la richiesta non si ferma lì: Sybiha vuole anche un doppio confronto all’Osce, unendo il Forum per la cooperazione in materia di sicurezza al Consiglio permanente, coinvolgendo inoltre il Consiglio d’Europa e l’Unesco.
Nelle sue dichiarazioni, il capo della diplomazia ucraina ha definito l’attacco missilistico “barbaro”, accusando Mosca di voler compensare una mancanza di progressi tangibili sul campo di battaglia con una strategia sistematica di terrore rivolta esclusivamente contro i civili, un tentativo di fiaccare la resistenza colpendo il tessuto urbano.
Lo scenario diplomatico e l’isolamento delle missioni occidentali
Mentre le sirene dei raid continuavano a suonare nella notte, il quadro geopolitico si è fatto ancora più nebuloso. La telefonata tra Lavrov e Rubio ha visto il ministro russo ribadire un concetto che a Washington difficilmente sarà ignorato: la sicurezza dell’ambasciata americana non può più essere garantita, e la stessa sorte potrebbe toccare agli altri cittadini stranieri che non dovessero abbandonare la città.
Non esistono al momento, all’orizzonte europeo, figure formalmente incaricate di gestire una mediazione, sebbene il nome del presidente finlandese Alexander Stubb continui a circolare nei corridoi del potere. La sua candidatura – mai ufficializzata – viene considerata interessante proprio grazie ai rapporti cordiali che lo legano alla nuova amministrazione Trump, un dettaglio non trascurabile in un momento in cui ogni canale di comunicazione diretto potrebbe rivelarsi cruciale per evitare un’escalation i cui contorni, al momento, appaiono difficili da prevedere.




