Novità su dividendi e plusvalenze: il fisco alza l'asticella per le partecipazioni minori

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La manovra finanziaria per il 2026, approvata con la legge numero 199 dello scorso anno, apporta una modifica sostanziale a uno dei pilastri della fiscalità d'impresa, ovvero al regime della partecipazione esente, noto come PEX. L'intervento, contenuto nell'articolo 1, commi da 51 a 55, non intacca le percentuali di esenzione, che permangono ferme al 95% per le società di capitali e al 41,86% per gli imprenditori individuali e le società di persone in regime d'impresa. Ciò che cambia, in modo radicale, è il presupposto per accedere a questo beneficio, che da ora in avanti sarà riservato a partecipazioni dotate di una rilevanza economica minima, come del resto si evince dalla nuova formulazione normativa.

Le due soglie alternative: una questione di percentuale o di valore

Il legislatore, muovendosi con l'intento dichiarato di contrastare condotte elusive, ha infatti introdotto un duplice criterio, alternativo, che di fatto esclude dalle agevolazioni una vasta gamma di investimenti di minor entità. Per godere della tassazione agevolata sui dividendi distribuiti e sulle plusvalenze realizzate a partire dal primo gennaio di quest'anno, occorre che la partecipazione posseduta raggiunga almeno il 5% del capitale della società che eroga gli utili o che viene ceduta. In alternativa, e questa è la novità più significativa per una certa tipologia di investitori, si può prescindere dalla quota percentuale se il valore fiscale della partecipazione stessa è pari o superiore a cinquecentomila euro, una soglia che non tutti, ovviamente, riescono a raggiungere.

Impatto immediato sulle scelte degli operatori

La riforma, come è facile intuire, costringe a un ripensamento delle strategie di portafoglio e delle valutazioni di convenienza, poiché i dividendi e i capital gain derivanti da quote che non superano nessuna delle due soglie – né quella dimensionale né quella di valore – saranno ora tassati per intero. Ciò altera sensibilmente i calcoli sulla redditività netta degli investimenti, soprattutto per quelle realtà, come i club deal o alcune holding familiari, che spesso detengono pacchetti frazionati e di valore contenuto in un ventaglio di società. La distinzione tra partecipazione qualificata e non qualificata assume così un peso fiscale decisivo, spingendo molti a riconsiderare la struttura dei propri asset.

Un cambiamento destinato a incidere sulla liquidità delle imprese

Le conseguenze di questa stretta, peraltro, non si limiteranno ai soli percettori dei redditi, ma potrebbero riverberarsi anche sulle società distributrici. La piena tassazione degli utili per i soci con quote minime, infatti, potrebbe indurre questi ultimi a richiedere politiche distributive più conservative, nella speranza di ottenere rendimenti futuri attraverso plusvalenze che, però, qualora realizzate, sarebbero a loro volta completamente imponibili. Si delinea, in altre parole, uno scenario in cui il fisco intercetta una fetta maggiore del reddito prodotto, con un effetto diretto sulla liquidità disponibile sia per gli investitori sia, potenzialmente, per le imprese stesse.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.